mer 23 Mag 2018 - 12630 visite
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Spal. Nuovo stadio: “Una operazione che fa violenza alla città”

L’intervento di due architetti che criticano dal punto di vista tecnico il progetto del futuro Paolo Mazza

Può sembrare strano o persino avventuroso intervenire oggi pubblicamente e criticamente sulla questione “Stadio”, all’indomani dello straordinario risultato raggiunto dalla Spal, e della spasmodica attesa che è stata creata mediaticamente sullo stadio nuovo.

Chi vi scrive però, oltre che supertifoso della Spal, è anche supertifoso della propria città: noi amiamo la nostra città, e abbiamo sin da ragazzi scelto un mestiere, quello di architetto, che ci porta quotidianamente a confrontarci con la possibilità di cambiare fisicamente i luoghi in cui viviamo, siano essi abitazioni, edifici o interi quartieri, assumendoci la responsabilità di cercare di renderli migliori di come ci sono stati affidati.

Abbiamo scelto di fare gli architetti perché riteniamo che l’architettura sia un servizio che produce “cose utili”. Ma, come diceva Renzo Piano, è anche “socialmente pericolosa, in quanto autoimponentesi: un brutto libro si può non leggere, una brutta musica si può non ascoltare; ma l’orribile condominio che abbiamo di fronte a casa dobbiamo vederlo per forza”.

L’architettura, oltre che tecnica e forme, è anche un’arte: usa la tecnica per generare emozioni, con un linguaggio fatto di spazi, di luce e materiali.

E’ su questi presupposti che ci siamo un po’ inaspettatamente ritrovati in sintonia, e abbiamo deciso di muovere la nostra critica, ferma e motivata, alla trasformazione/realizzazione del nuovo stadio. E ci rendiamo perfettamente conto della evidente impopolarità della nostra posizione: conosciamo perfettamente e persino comprendiamo tutte le motivazioni che hanno condotto alla scelta di ampliare e trasformare il Paolo Mazza. Esigenze di ulteriore capienza di pubblico, di sicurezza ecc.

Ma la città in questa vicenda dov’è? Dov’è finito il rispetto per le dimensioni e le proporzioni di un isolato e di un intero quartiere disegnato dal grande architetto Ciro Contini, e poi definito Rione Giardino per la sua straordinaria qualità urbanistica? Certo, il vecchio stadio Comunale era già lì, perché bene o male i campi sportivi erano nati sulla antica Spianata della Fortezza, praticamente una periferia per la città di allora, ma il quartiere nuovo era poi cresciuto attorno a quello stadio, in un disegno unico ed armonico.

Poi lo stadio è stato più volte e malamente rimaneggiato: e non c’è dubbio che lo stadio Paolo Mazza sia davvero brutto, perché risultato di tanti successivi e incongrui interventi di “miglioria”. Ma che fosse anche superato, lo si sapeva da tempo. Non lo scopriamo oggi, con la Spal che conquista la permanenza in serie A, che lo stadio è inadeguato e occorrono interventi estremamente invasivi. Certo, potremmo fare una polemica sul fatto che si doveva programmare per tempo, soprattutto viste le ingenti risorse necessarie, per trovare soluzioni alternative da pianificare con congruo anticipo e urbanistica lungimiranza. Soprattutto alla luce della oggettiva considerazione che il costo del rifacimento del Paolo Mazza, compresi i soldi già spesi negli ultimi anni, sarà equivalente a mezzo stadio completamente nuovo.

Le dichiarazioni degli amministratori fanno a gara per magnificare il progetto; e paradossalmente ne enfatizzano proprio gli aspetti che lo rendono a nostro parere improponibile. Si promuove il nuovo rivestimento esterno che darà continuità visiva e unitarietà all’intero involucro. Peccato che questo involucro abbia dimensioni imponenti: 180 metri di lunghezza per 125 di larghezza, alto come un edificio di 5/6 piani.

Provate a immaginare lo stravolgimento delle vie Montegrappa e Corso Piave, che tutto sommato a differenza di via Ortigara (profondamente trasformata nel dopoguerra) hanno mantenuto l’eleganza formale originaria; per non parlare di via Cassoli, dove l’edificio ex Mutua non è riuscito del tutto a nascondere la presenza del parco retrostante, voluto come “contrappunto” urbanistico proprio da Ciro Contini. In quel contesto si calerà questo enorme contenitore, senza aperture, uniforme e colorato, come una “scatola da scarpe”.

Un rivestimento costituito da “brise soleil” che appare una ironia non voluta e autoreferenziale, dato che non si capisce chi deve proteggere dal sole, se i tifosi saranno tutti comodamente seduti all’interno e protetti da un’ampia copertura. E per colmo di ironia saranno addirittura “spostati” i vecchi pilastri originali in nome di una davvero strapazzata “tutela conservativa” che la Soprintendenza, tanto solerte nei confronti di ombrellini, chioschi e distese, non ha avuto evidentemente il coraggio di censurare.

Nessuna voce si è alzata per dire no a questa scelta: nessuno ha difeso la città, sempre inerme di fronte a scelte che vengono presentate come “ineluttabili”, nonostante sovrabbondanza di occasioni e luoghi di dibattito come ad esempio il cosiddetto “Urban Center”! Non si può fare altrimenti ci dicono! Non ci sono le condizioni! Non ci sono alternative! Tutto ciò è ovviamente facilmente confutabile, ma ormai abbiamo capito che tutto è alibi per coprire scelte già prese.

Ma oggi, a cose ormai decise e ineluttabilmente compromesse, è nostra intenzione alzare la nostra voce per protestare verso questa operazione che fa violenza ad una città che si merita il titolo di città Patrimonio Umanità, ma che spesso si dimentica di avere tale responsabilità. Una operazione incomprensibile in una città dove si vietano gli ombrelli in via Mazzini (messi lì peraltro temporaneamente) e si autorizza uno scempio urbanistico come questo “nuovo stadio” che rimarrà ahinoi invece imperituro.

Arch. Vittorio Anselmi

Arch. Stefano Marini

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