lun 14 Mag 2018 - 147 visite
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Bellini e Mantegna a confronto

Due capolavori per la prima volta dopo mezzo millennio si trovano esposti uno accanto all’altro a Venezia

di Maria Paola Forlani

Due dipinti, identici nella struttura compositiva, realizzati da due grandi artisti del Rinascimento, Andrea Mantegna e Giovanni Bellini. Due opere geniali, uguali eppure diverse. Affascinante, per un profano, cercare le differenze tra due Presentazioni di Gesù al Tempio, eccezionalmente efficace nella mostra proposta dalla Fondazione Querini Stampalia, a Venezia. Progetto promosso dalla Fondazione Querini Stampalia e dalla Germäldegalerie di Berlino con la collaborazione scientifica della National Gallery di Londra.

È la prima volta che s’incontrano, in tempi moderni, la tempera su tela del Mantegna, della Gemäldegalerie di Berlino, e l’olio su tavola del Bellini della Querini Stampalia – di una di quelle alchimie che di tanto in tanto si verificano nella storia.

Giovanni Bellini (1438/1440-1516), uomo la cui vita non ha lasciato spazio all’encomiastica ottocentesca, perché raramente un pittore eccelso, un classico alle soglie della modernità, <uno dei grandi poeti d’Italia> nella definizione di Roberto Longhi, è tanto congetturale. Un mito sbiadito in quel Novecento che ha invece esaltato in modo assoluto Andrea Mantegna (1431-1506).

Due giganti della storia dell’arte occidentale caratterialmente assai distanti ma uniti da un profondo legame familiare: la figlia di Jacopo Bellini e sorellastra di Giovanni Bellini, Nicolosia, sposa dal 1453 di Mantegna. Il loro sarà un lungo matrimonio, allietato da sei figli, quasi tutto trascorso ai margini della coltissima corte mantovana dove Andrea è artista, decoratore e ancor più consigliere del duca per tutte le cose d’arte. Il rapporto fra cognati e fra fratelli lo possiamo soltanto immaginare: nessun documento svela la loro affettività e dimestichezza. Solo le loro opere parlano, a chi voglia intenderle anche come espressione di sentimenti nonché di stili, tecnica, costruzione iconografica. Dal matrimonio generandosi uno dei più appassionati dialoghi pittorici del Quattrocento, imperniato principalmente sul passo del Vangelo di Luca (2, 22-35) dedicato alla purificazione, soggetto iconografico della Presentazione di Gesù al tempio di Mantegna, ora a Berlino, e della veneziana Presentazione di Gesù al tempio di Giovanni Bellini.

Una coppia di opere che, per la prima volta dopo mezzo millennio, si trovano esposte una accanto all’altra a Venezia (Capolavori a confronto. Bellini/Mantegna. Presentazione di Gesù al tempio, a cura di Brigt Blass-Simmen, Neville Rowley e Giovanni Carlo Federico Villa, fino al 1º luglio). Un evento eccezionale in un’eccelsa cornice: le sale auliche di una delle più straordinarie case-museo del mondo, la Fondazione Querini Stampalia, gioiello neoclassico oggi incastonato tra i mirabili interventi novecenteschi di Carlo Scarpa e Mario Botta.

<<Scolpì in pittura propria viva et vera>>: nel sonetto di Ulisse degli Aleotti troviamo il senso profondo dell’arte del Mantegna e un passo magnificamente rapportabile all’azione della Presentazione, bassorilievo classico mutato in pittura, le figure chiuse in autonomo isolamento, i gesti ridotti all’essenza narrativa. Su di un’esilissima tela di lino i sacri attori sono profilati dal fondo scuro, così da avere rilievo scultoreo, centrati retoricamente in una cornice di marmi mischi che scinde ma anche crea un’illusione di continuità tra il campo pittorico e lo spazio del fedele. Evidente nel gomito della Madonna poggiato sulla mensola della finestra, quasi a misurare la profondità dello spazio e reggere il Bambino fasciato, tratto da una formella dell’altare donatelliano della basilica di Sant’Antonio di Padova. Dallo sfondo emergono infine Giuseppe – frontale e severo a osservare l’atto, conscio dell’annuncio ferale dell’anziano sacerdote – con ai lati, Mantegna che si autoritrae ed effigia sul lato opposto Nicolosia.

Compiuta intorno al 1454, l’opera plausibilmente si connota quale immagine votiva a ringraziamento per la sopravvivenza del primo nato della coppia e diviene un dipinto di grande fascinazione per Giovanni Bellini, che ne trarrà un cartone ricalcando i contorni della pittura. Per poi, intorno al 1475, creare un’immagine praticamente identica nella composizione ma emotivamente del tutto originale. Introducendo un parapetto di breccia vede antico in luogo della cornice marmorea, Bellini allunga orizzontalmente il campo per inserire altre due figure ai margini opposti della composizione. Un dettato che consente un’originale prossimità sentimentale, fatta di gesti, sguardi e dell’affettuosa dolcezza che inevitabilmente coinvolge un gruppo di persone accanto a un neonato.

Accompagnandosi con una regia luministica profondamente diversa da quella mantegnesca, orientata a una bidimensionalità prospettica cui viene intonata la pelle delle figure, con Bellini attento invece all’analisi tridimensionale ottenuta tramite il chiaroscuro e una temperie cromatica addolcita, del tutto sconosciuta all’austera severità mantegnesca. Sviluppando il peso dello spazio non dipinto, con le tenebre che creano un vuoto sopra le teste tale da sospendere in un tempo eterno e silenzioso il gioco degli sguardi. Così il Bambino si rivolge all’indefinito orizzonte e nessuno lo guarda, dando durata sacrale a un momento che altrimenti si perderebbe in un rito di quotidianità. Ma il rito c’è, assoluto: il dono in fieri di un Bambino, stretto nella fasciatura, già presago. Al contempo Bellini scioglie il tono fermo e immoto degli attori mantegneschi tramite una fluida modulazione atmosferica, la luce defluida modulazione atmosferica, la luce definendo un insieme pittorico di grande morbidezza accompagnato dalla resa dei tessuti, eclatante il velluto broccato e allucciolato del sacerdote.

L’esito finale del dialogo a distanza tra i cognati sono due composizioni dal ritmo lento e sospeso conquistato tramite codici visivi diversi, in una logica percettiva del tempo di lettura riconducibile allo stile proprio dei due maestri. Con Mantegna il pennello facendosi punta di diamante a cesellare il comporsi dei volumi; procediamo allora vigili, con cautela, di contorno in contorno, avviati dalla specificità di forme che non lasciano dubbi. Forme di pietra, veli, velluti, gesti e sguardi la cui invincibile sostanza ci inchioda e trattiene.

In Bellini il pennello accarezzando la tela, allargandosi in soffuse superfici, accompagnando lo sguardo tra un castone cromatico e l’altro; la lettura più disinvolta, accolti in prima istanza da una luce-colore che fattasi attorno a noi decanta in forme che si rivelano dolcemente in tutta la loro importanza. E allora, nel confronto attualissima resta la riflessione di Lorenzo da Pavia che nel 1504, rivolgendosi a Isabella d’Este sentenziava: << De invenzione nessuno non po’ arivare a Messer Andrea Mantegna che invero z’è ecelentissimo e el primo, ma Giovanni Bellini in colorir è ecelente>>.

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