lun 12 Feb 2018 - 469 visite
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L’Eterno e il Tempo

Tra Michelangelo e Caravaggio ai Musei San Domenico di Forlì

di Maria Paola Forlani

Il Cinquecento fu un secolo di reali o di apparenti certezze? Da questo spunto prende le mosse il percorso espositivo ai Musei San Domenico di Forlì che, con uno sguardo inedito, indaga la relazione tra Dio e l’uomo in un’epoca in cui la Chiesa dava segni evidenti di cambiamento.

Eterna luna, allor che fra ‘l sol vero
E gli occhi nostri il tuo mortal ponesti,
Lui non macchiasti, e specchio a noi porgesti
Da mirar fiso nel suo lume altero:

Non l’adombrasti, ma quel denso e nero
Velo del primo error, coi santi onesti
Tuoi prieghi e vivi sui raggi rendesti,
D’ombroso e grave, candido e leggero.

Col chiaro, che da lui prendi, l’oscuro
Delle notti ne togli: e la serena
Tua luce il calor sua tempra sovente.

Chè sopra il mondo errante il latte puro
Che qui ‘l nude i, quasi rugiada, affrena
Della Giusta ira sua l’effetto ardente
Vittoria Colonna (1540)

Gli ardenti versi di Vittoria Colonna, grande amica di Michelangelo, rendono il coraggioso proposito da cui è nata la mostra ai Musei San Domenico di Forlì (L’Eterno e il Tempo. Tra Michelangelo e Caravaggio, (catalogo Silvana) aperta fino al 17 giugno) in cui i curatori in un indagine accurata, attraverso lo sterminato mondo delle immagini, tentano di svelare il cielo e la terra, tra l’infinito e l’umano, e infine tra L’Eterno e il Tempo in quel secolo di apparenti certezze che fu il Cinquecento.

Gli storici hanno da tempo contestato, con motivazioni convincenti, il pregiudizio che la Chiesa cattolica dell’epoca non fosse portatrice che di scelte e di iconografie reazionarie, nate per contrastare una Riforma protestante, aliena minaccia ai propri dogmi e simboli; e che le sublimi, complesse esperienze dei grandi maestri manifestassero i sintomi di imbarazzanti contaminazioni con tendenze eterodosse.

Ѐ nel secolo scorso dagli studi di Hubert Jedin e poi di Paolo Prodi e di altri, che è emersa l’opportunità di riconoscere, all’interno della Chiesa, intense volontà di riforma; già percepibili ben prima della mitica soglia dell’età moderna.

Allo stesso modo gli storici dell’arte, per primo Federico Zeri, hanno individuato, vari decenni prima del Concilio di Trento, le radici del cambiamento. La produzione dell’immagine, e i suoi effetti, si adeguano a una ricerca di significato che precorre di almeno un secolo le problematiche “barocche”, e che si fatta a trattenere negli spazi formali della Maniera.

Entrando nel vivo del percorso espositivo, oltre a Michelangelo e Caravaggio sono presenti, tra gli altri, Raffaello, Rosso Fiorentino, Lorenzo Lotto, Pontormo, Coreggio, Bronzino, Vasari, Parmigianino, Daniele da Volterra, El Greco, Federico Barocci, Paolo Veronese, Tiziano, Federico Zuccheri, Guido Reni, Rubens.

Per quanto riguarda le opere in mostra vanno segnalate le sofferte prove del Buonarroti: in particolare il Cristo risorto, “riscoperto” non molti anni fa, che rappresenta la versione più antica del tema, affrontato nel 1521 nella statua oggi a Roma, in Santa Maria sopra Minerva. E ancora i lavori degli artisti prossimi al gruppo viterbese del cardinale Reginald Pole e Vittoria Colonna, dove è possibile riconoscere i tratti “spirituali” di discettata ascendenza valdese.

Proseguendo, si arriva a Roma e oltre, per ammirare gli esiti formali e concettuali dell’influsso di Michelangelo. Nei domini pontifici e a Firenze, si osserva poi la rivoluzione del modello classico, che rivela l’esaltazione del corpo tra sacro e profano, con la complice consapevolezza delle committenze papali. Rimanendo in Toscana non si può dimenticare la Deposizione di Vasari per la chiesa del monastero di Camaldoli (Arezzo), dove si realizza una felice sintesi tra “disegno” e “colore”: la monumentale pala fu eseguita per i monaci camaldolesi quando l’artista aveva ventotto anni, subito dopo l’esperienza bolognese, influendo in modo determinante sulle sue fortune.

Dalla cattedrale di Perugia proviene la Deposizione di Barocci; il giovane maestro realizzò la grande tela di ritorno da Roma, sintetizzando le esperienze di Michelangelo e dei suoi, ma anche di Raffaello e della Maniera fiorentina, in una flagrante novità di contenuti.

Di Scipione Pulzone – per Federico Zeri, il vero inventore di quell’«arte senza tempo» della quale i trattati costituiscono l’espressione paradigmatica – dalla Galleria Colonna, a Roma, il Ritratto di Pio V. Papa dal 1566 al 1572, Antonio Ghislieri fu artefice di una serrata revisione culturale.

Proseguendo si riconosce a Bologna la capacità di accogliere ed elaborare, con i Carracci e oltre, novità sino ad allora impensabili: i decenni successivi al Concilio di Trento vedranno le città del Nord protagoniste di una cultura figurativa che i dettami di Borromeo e del Paleotti riescono solo in parte a riassumere e spiegare.

Dalla Pinacoteca nazionale di Bologna, in particolare, possiamo ammirare in mostra la Conversione di Saul di Ludovico Carracci che esprime l’intervento del divino in tutta la sua potenza, utilizzando la luce e organizzando lo spazio secondo uno schema che sarà accolto appieno dalla pittura barocca.

Si esplorano, infine, i caratteri dello studio della natura, ben più precoce delle tassonomiche prove successive; in queste prove si riconoscono le emozioni fondanti delle soluzioni di Caravaggio, rappresentato dalla sublime naturalezza delle sue principali testimonianze di arte sacra. Esemplare la Madonna dei pellegrini della chiesa romana di Sant’Agostino in Campo Marzio. Eseguita per Ermete Cavalletti, funzionario pontificio, questa Madonna di Loreto ritratta “al naturale” sulla soglia della casa di Nazareth fece irruzione nella storia dell’arte e nella storia sacra come evento epocale.

Tra le opere letterarie più affine a queste pulsioni è la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, capolavoro narrativo dentro il quale trovano collocazione tutte le ambiguità e le contraddizioni del secondo Cinquecento.

La Gerusalemme Liberata è una costruzione che indaga il mondo vedendolo nel rapporto complesso tra ciò che appare e ciò che resta nascosto, come se i vincoli della cultura controriformistica avessero portato Tasso ad accentuare i contrasti e gli “impedimenti” impliciti nella sua complessa figura di intellettuale, quello che noi chiameremmo un intellettuale incapace di integrarsi realmente nel sistema di potere di cui fa parte pur sentendo la necessità di esservi riconosciuto e apprezzato.

Quanto ci attira in Tasso, come nelle tele di Annibale Carracci o di Caravaggio, è proprio l’aprirsi di un mondo che costantemente sfuma tra luce e ombra, tra visibile e apparenza. Un mondo che allude a una dimensione altra, e un oltre, ma nello stesso tempo cerca il limite entro il quale tenere sotto controllo un eccesso di oltranza.

Così la mostra L’Eterno e il Tempo. Tra Michelangelo e Caravaggio. Rappresenta un’intensa esperienza estetica e un omaggio inedito a un secolo non poi così noto, in cui lo spazio tra Dio e l’uomo si misura e si colma con i mezzi della fede, del pensiero e della tecnica. Un secolo nei cui fasti e nelle cui incertezze è possibile scorgere “per figure”, i bagliori di un mondo sensibilmente vicino a noi.

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