mer 10 Gen 2018 - 1242 visite
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Numero 23

Esco di casa.

E’ la mia prima corsa dell’anno nuovo e la temperatura si aggira attorno ai 4 gradi, la mia condizione preferita per correre. Ciononostante sono di cattivo umore, preda di cupi pensieri.

Anzitutto il 2017 è stato per me, podisticamente parlando, un anno complesso. Ho corso con discreta regolarità ma, a causa di problemi di natura fisica, non sono riuscito ad allenarmi secondo le tabelle che avevo predisposto. Inoltre varie preoccupazioni sul versante lavorativo e famigliare hanno fatto sì che, quest’anno come non mai, le vacanze di Natale siano state attese con particolare ansia, nella speranza di potere finalmente godere di un periodo di tranquillità.

Le prime sensazioni che registro lungo la strada che mi porta verso la mura non sono però incoraggianti: i vecchi dolori tornano immediatamente a farsi sentire, accompagnati da un inedito fastidio al tendine achilleo di destra.

Scansando innervosito traffico e passanti arrivo all’angolo dell’edicola e il mio sguardo cade sui calendari che fanno mostra di sé all’esterno: all’insegna di un agnosticismo calcistico poco probabile nel nostro Paese, e quindi tradendo un sottostante pragmatismo commerciale ai miei occhi deplorevole, il gestore espone uno di fianco all’altro i calendari 2018 di Juve, Milan e Inter.

Me lo lascio alle spalle immaginando di apostrofarlo per esternargli tutta la mia riprovazione e mi dirigo verso l’alberone, dove oggi non ci sarà Luca ad attendermi per il solito abbraccio (senza smettere di correre, un’arte che si mette a punto solo dopo anni di esperienza), quando per associazione mi si affaccia alla memoria un antico ricordo liceale: il “Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere” di Giacomo Leopardi.

Anche in quel caso si tratta di una conversazione tra un passante e un venditore di calendari; ma il tema della conversazione è altamente filosofico.

Mentre i miei muscoli si sciolgono lentamente e mi avvicino all’angolo del Torrione di San Giovanni cerco di ricostruire lo scritto.

L’incipit mi si riaffaccia spontaneamente alla memoria: “Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?

E’ il venditore che, con modi leggeri e cantilenanti, propone la sua merce al passante.

A volte ci sentiamo infastiditi se qualcuno per strada cerca di catturare la nostra attenzione per venderci un libro, una rosa, dei fazzoletti di carta; a volte pensiamo che queste presenze rappresentino chissà quale novità di cui è responsabile la cattiva politica. A ben vedere, invece, questo tipo di commercio è sempre esistito…

A differenza di quello che capita spesso di fare (a me per primo, rifletto correndo lungo il bel tratto alberato che porta verso Casa del Boia) il passante leopardiano si ferma a parlare con il venditore. Non sembra seccato, coglie anzi l’occasione per interloquire con questa figura, intessendo un dialogo fatto di domande cariche di acutezza e di curiosità.

Già, ma cosa si dicono? Ricordo solo l’atteggiamento socratico del passante, che sembra incarnare il pensiero dell’autore, ma non il contenuto della conversazione.

Io all’edicolante avrei voglia di domandare: “ma tu, fai il tifo per la Juve, il Milan o l’Inter?”; poi gli chiederei se, poniamo il caso migliore, essendo lui tifoso nerazzurro gli sembra eticamente accettabile diffondere immagini propagandistiche inneggianti agli schieramenti nemici.

Inutile dire che tra la mia levatura morale e quella di Leopardi intercorre una distanza perfino maggiore di quella che separa la leggendaria piana di Maratona dall’agorà di Atene, e quindi devo supporre che non fosse di questo tipo la sollecitazione rivolta al venditore.

Gli chiedeva, credo, come pensava sarebbe stato il nuovo anno.

Come chiedere a un tifoso, alla prima di andata, se pensa che la sua squadra possa vincere lo scudetto.

Sarà un anno migliore di quello appena passato”; credo rispondesse più o meno così il venditore, e forse potrebbe rispondere così anche il tifoso. Meglio, non risponderebbe esattamente così per la scaramanzia che caratterizza questo particolare rappresentante del genere umano, ma si comprerebbe comunque l’abbonamento in curva, o perlomeno quello di Sky per vedersi le partite da casa.

Mentre faccio il classico dietrofront alla fine di viale Belvedere che segna la metà della mia fatica, mi ricordo che il passante dopo una serrata serie di domande giunge alla considerazione che tutti hanno la sensazione che, fino al momento attuale, il caso li abbia trattati male. Nel fare riaffiorare questo passaggio mi ha certo aiutato il parallelismo calcistico: quante lamentele su arbitri ipovedenti, pali scheggiati e, ultimamente, VAR male utilizzate caratterizzano i commenti del dopo partita…

Ma non ricordo come andasse poi a finire la compravendita: il proverbiale pessimismo cosmico del genio di Recanati mi fa pensare che alla fine il passante salutasse cortesemente il venditore, lasciandogli tutti i suoi almanacchi; così come io, nel mio piccolo, non andrei a spendere un Euro per la soddisfazione di vedere affisso al muro, mese per mese, il naufragio della mia speranza.

Mi rimane comunque la curiosità di recuperare il testo originale: appena rientrato a casa e prima ancora di versarmi il solito bicchiere di integratori mi arrampico sulla libreria alla caccia delle “Operette morali”. Sfilo il volume dallo scaffale più alto, soffio dalle pagine una abbondante quantità di polvere rimproverando me stesso per la mia trascuratezza verso i capolavori della letteratura italiana e la signora che viene a fare le pulizie che non fa nulla per non farmelo notare e trovo lo scritto in questione.

Una paginetta e mezza, poco più.

Alla fine il passeggere dice:

Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattare bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?”.

Il venditore, preso in contropiede da questa improvvisa apertura ottimistica, si limita a rispondere:

Speriamo”.

E il passante conclude:

Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete”.

E lo acquista, senza nemmeno mercanteggiare sul prezzo, a differenza di quello che spesso facciamo noi anche quando si tratta di un accendino.

Dentro di me sorrido, e penso che andrò a comprare il calendario dell’Inter. Che non si sa mai…

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