mar 2 Gen 2018 - 11481 visite
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Bambi, Cip e Ciop e altri alieni

La seconda causa di drastica riduzione della biodiversità nel nostro pianeta è l’impatto delle specie alloctone sulle comunità animali e vegetali degli ecosistemi

Riceviamo e pubblichiamo l’intervento del direttore del Museo di Storia Naturale, Stefano Mazzotti

Una sola specie sta modificando l’intero pianeta mescolando una grande quantità di organismi che non potrebbero, con la sola dispersione naturale, colonizzare nuovi continenti.

Oggi sappiamo che la seconda causa di drastica riduzione della biodiversità nel nostro pianeta è proprio l’impatto delle specie alloctone sulle comunità animali e vegetali degli ecosistemi. Esiste un valore nella peculiarità della fauna e della flora originaria di un determinato territorio così come sono state forgiate da milioni di anni di coevoluzione, di rapporti fra prede e predatori, di adattamenti e di estinzioni naturali, che è difficile da confinare in un unico e semplice fattore. Non è la sola somma del numero di specie che fa della biodiversità una ricchezza: è l’intimo rapporto fra le specie, la minuta differenziazione della genetica delle popolazioni, degli stratagemmi comportamentali, delle “infinite forme bellissime” che determinano l’assoluto valore scientifico, culturale, estetico e di risorse insostituibili.

La presenza di una specie aliena invasiva può mettere a rischio tutto questo, sono animali e piante che non dovevano essere lì, ma che una volta arrivate occupano nicchie ecologiche già affollate di specie endemiche che la loro progressione demografica scalza con spietata velocità. Noi lo sappiamo ma la nostra società non ha ancora maturato questa coscienza.

Soffriamo di una cieca insensibilità quando si inscenano campagne per osteggiare razionali operazioni di salvaguardia delle specie autoctone e dei loro ecosistemi seriamente minacciati dall’arrivo di specie introdotte dall’uomo. Si dà libero arbitrio a stimoli etologici come la potente azione dei caratteri infantili per trasformare alcune specie in killer innocenti: lo scoiattolo grigio (cip e ciop), il daino nelle riserve naturali (bambi), le popolazioni di gatti domestici con licenza di sterminio di lucertole, orbettini, nidiacei di diverse specie d’uccelli. Sono le società umane più evolute che hanno sviluppato questa forte propensione alla rottura delle barriere fra la nostra e le altre specie, addirittura creandone di artificiali a proprio uso e consumo (animali domestici) connotate dalla selezione esasperata dei caratteri infantili. Processo che ha aumentato le distanze fra le specie selvatiche e l’umanità stessa; l’uomo attuale è di fatto come un alieno nel suo stesso pianeta, che utilizza la natura in un perenne conflitto fra ragione e atavico sentimento.

I tassi di natalità delle nostre società industrializzate sono precipitati, uno dei comportamenti naturali più importanti per l’uomo, quello della cura della prole, viene “ridiretto” verso “figli acquisiti” non umani. Ne è prova anche il forte interessamento in quest’ultimi anni da parte del mercato che sta impegnando sempre maggiori risorse nei media per la diffusione degli animali da compagnia. Si tende ad indurre così la necessità di avere un cane (spesso di grossa taglia) o un gatto con tutto l’indotto economico che ne consegue (mangimi, prodotti per la salute ecc.).

Quello che si sta sempre più palesando, e ciò è molto evidente soprattutto attraverso i social network, è il rapporto di intimità fra uomo e animale. Chi non ha almeno una volta constatato la straordinaria vicinanza fra animale e uomo? La netta sensazione della coscienza di se e dell’altro riconosciuto come individuo e non più come rappresentante di un’altra specie. Tralasciando le aberrazioni molto diffuse di allevare un’altro essere vivente come se fosse un umano trasferendo patologie sul povero animale che non chiederebbe altro di essere rispettato come tale, sottolineiamo che non è questo il punto. E’ sorprendente come nelle nostre società si possa essere così vicini ad un animale di origine antropica (domestico) e spesso così distratti verso gli altri viventi (anche umani!) nel nostro pianeta.

Esiste una diffusa propensione allo specismo in questa società: si è disposti a fare impegnative campagne contro gli abbattimenti di daini introdotti artificialmente nelle riserve naturali dove la loro esplosione demografica provoca gravi rischi alla sopravvivenza stessa dell’ecosistema; ci si indigna contro il contenimento dello scoiattolo grigio di origine nord americana che stermina letteralmente il nostro scoiattolo europeo e danneggia le querce delle foreste appenniniche. Vi sono distinte signore accompagnate dai loro pacifici cani di grossa taglia che corrono addirittura il rischio di essere arrestate per difendere cuccioli detenuti per la sperimentazione biomedica; movimenti locali che si oppongono fieramente all’organizzazione da parte di un Istituto Agrario di uno stage tecnico di macellazione del maiale (l’antico mestiere del norcino). Vi sono poi le annuali campagne pasquali di protesta per la salvezza degli agnelli o l’opposizione all’uso di carne equina. La visione di carcasse di cani appese a ganci di macellai nei paesi d’oriente genera un sincero furore umanitario. Si tocca l’apice del coinvolgimento psico-umanitario nel caso delle atrocità compiute ai danni di povere volpi ingabbiate al solo scopo di utilizzare le loro pelli o di orsi ai quali si preleva la bile per il florido mercato della medicina orientale. Sia chiaro, sappiamo che le attività del peggior mercato globale sviluppa azioni criminali con atrocità sugli animali eticamente e umanamente intollerabili che ciascuno di noi deve contrastare fermamente.

D’altro canto sarebbe fin troppo facile obiettare che pochi si mobilitano contro le campagne di derattizzazione che uccidono milioni di ratti nel mondo, che strepitano per gli abbattimenti di decine di migliaia di nutrie o che si oppongono allo sterminio di miliardi di insetti molesti.

Se è pur vero che esistono forti mobilitazioni anche contro le mattanze dei cetacei o delle giovani foche nell’Artico, dove è però evidente la motivazione empatica provocata dai caratteri infantili di queste specie (grandi occhi, forma arrotondata della testa), che dire della ormai sempre maggior cecità o sordità verso l’inesorabile lamento degli scienziati che denunciano la perdita di specie e di ecosistemi ? Perché sono sempre meno coloro che profondono altrettanto impegno per le campagne ambientaliste in difesa della natura selvaggia ? Perché, ad esempio, non si dà pieno risalto mediatico all’invasione del gambero rosso della Louisiana o della nutria che stanno letteralmente semplificando gli ambienti umidi della Pianura padana con la conseguente scomparsa di preziosi endemismi faunistici e floristici padani?

Le contraddizioni sono particolarmente evidenti negli articoli dei quotidiani che alternano servizi di sdegno o critica alla gestione delle popolazioni invasive in un area naturalistica che prevede prelievi e abbattimenti (cioè l’azione sostitutiva di predatori che non sono più presenti nell’ecosistema) ad articoli che, utilizzando un linguaggio populistico, rivolgono sarcastiche critiche ad enti pubblici che cofinanziano (con il contributo di fondi della Comunità Europea) interventi di salvaguardia alle popolazioni di pipistrelli, anfibi, farfalle e libellule. Sempre per rimanere ai mezzi di comunicazione di massa, che fanno tendenza e influenzano efficacemente il modo di percepire della gente, come possiamo non citare alcuni programmi televisivi o servizi telegiornalistici che, da un lato, stanno riscoprendo il mito della Natura ostile e spietata, dove vige la legge del più forte e che bisogna vincere e conquistare, annullando in un sol colpo decenni di ambientalismo scientifico ed ecologico, dall’altro insistono nell’affascinare le nuove generazioni con servizi che fanno impallidire le pellicole disneyane e che nulla hanno a che vedere con gli splendidi e scientificamente rigorosi documentari naturalistici della BBC in stile David Attenborough.

Non voglio apparire noioso e intransigente, privo di capacità comunicative, riconosco pienamente anche il ruolo della fascinazione estetica nella presa di coscienza delle problematiche ambientali e come strumento per rendere socialmente sostenibili le difficili scelte nelle gestione della natura. Apprezzo e mi entusiasmo alla visione dei bei docufilm sulla natura prodotti in questi ultimi anni che hanno avuto un ruolo importante nella presa di coscienza da parte della gente sulle meraviglie dell’ambiente Terra e dei drammatici eventi che stiamo producendo.

Dobbiamo, tuttavia, prendere coscienza che non esiste più la natura selvaggia, l’uomo ha permeato completamente tutti i cicli, le dinamiche, i processi dell’intero sistema ecologico del pianeta. Gestire l’ambiente oggi richiede scelte dolorose, eticamente allineate ai processi naturali della vita, rispettando le connessioni e i rapporti fra le specie in un continuo divenire di adattamenti e sviluppi che comprendono la successione delle generazioni. A questa impostazione va associata con forza, nondimeno, anche la ferma convinzione che la biodiversità locale va salvaguardata. Così come salvaguardiamo la ricchezza delle diverse opere d’arte in un museo, dobbiamo culturalmente salvaguardare il complesso mosaico di specie che compongono i nostri sempre più indeboliti ecosistemi, perché ciascuna di esse racchiude in se un patrimonio incalcolabile di valori culturali, di risorse e di bellezza da trasmettere alle nostre generazioni future. C’è una frase di Stephen J. Gould che considero ancora di grande attualità: “Non vinceremo mai la battaglia di preservare specie ed ecosistemi se non creiamo un legame emotivo tra l’uomo e la natura. Perché nessun uomo salverà mai quello che non ama”.

Stefano Mazzotti

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