ven 15 Dic 2017 - 1366 visite
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Canaglie, pezzenti, appestati: quando i migranti erano ebrei

Il riferimento alla Ferrara che accolse gli ebrei in fuga dalla Spagna (in verità dal Portogallo, e soprattutto da Anversa) nel Cinquecento ha fatto imbestialire (cosa non difficile, in verità) la solita congrega di razzisti indigeni; i quali hanno perso un’altra occasione per non dar prova della propria ignoranza, blaterando frasi fatte sugli ebrei marrani dei quali non sanno alcunché. La madre degli ignoranti è sempre incinta: per fortuna fa pochi figli, ‘che si tratta di non più di una dozzina di leoni da tastiera che di tanto in tanto si sporgono dal tombino.
Dunque ripropongo, a mo’ di antidoto, una relazione sugli ebrei a Ferrara nel Cinquecento, già pubblicata su questo blog lo scorso settembre, con l’aggiunta di qualche indicazione bibliografica per la verifica delle fonti e l’approfondimento, e qualche annotazione inserita fra parentesi quadre.

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Di recente Adriano Prosperi ci ha ricordato che quegli ebrei fuggiti da Spagna e Portogallo, portatori, si diceva, della maledizione di Dio che nessuno voleva ospitare, «a Ferrara vennero accolti e nel giro di poco tempo contribuirono al benessere e alla riorganizzazione dello Stato». Ma se così è stato, per un breve periodo peraltro, va anche detto che le cose furono più complicate, e vale la pena ripercorrerle.
Gli ebrei a Ferrara erano arrivati dapprima nel Medioevo; e poi, ebrei spagnoli, dopo una prima ondata che li portava, in fuga dal Portogallo, nelle Fiandre, e di seguito, attraverso una vera e propria rete organizzata e finanziata per consentire la fuga di questi migranti, a Ferrara. I documenti dell’epoca, fra i quali uno straordinario libro in portoghese, Consolação às Tribulações de Israel, pubblicato a Ferrara nel 1553 dall’ebreo Samuel Usque (l’autore della Biblia en lengua española traduzida palabra por palabra dela verdad hebrayca) purtroppo ancora inedito in italiano [⇒ qui una eccellente edizione in lingua francese, con ottimi apparati critici], e quelli raccolti dal grande storico Aron Leone di Leoni [nella sua imprescindibile silloge La nazione ebraica spagnola e portoghese di Ferrara (1492-1559)], sono commoventi e al tempo stesso strazianti: il periglioso cammino da Anversa a Ferrara attraverso il Reno, Basilea e le Alpi avveniva su carri, a cavallo o a dorso di mulo, ma anche a piedi, e poi su barche e chiatte. Molti morivano di stenti, annegati nel mare tra Portogallo e Fiandre o nei grandi fiumi tedeschi, di gelo sulle Alpi, sfruttati e derubati alle frontiere, in particolare quella lombarda, dove persino le camicie venivano tolte loro.

lapide_scola_spagnolaA questa tragedia che sembra narrata dai giornali dell’oggi se ne aggiunse un’altra: il sospetto di peste gettato sui marrani provenienti da Anversa, nel 1549. Di nuovo un’analogia col presente: il presunto contagio del morbo Ebola attribuito ai migranti (e ai medici volontari) non più tardi di due anni fa. Ci fu davvero un focolaio di peste a Ferrara, nel 1549? I documenti dicono che in verità i cadaveri dei presunti appestati giudei spesso non vennero realmente visitati, che al più si parla di codesella, termine col quale si intendeva ogni sorta di macchia scura, compresi i nei e i lividi: come nel caso, acclarato, di una fanciulla ebrea rimasta incinta, e dapprima picchiata – da cui i lividi – dal padre, e poi costretta a bere un rimedio abortivo di sugo di bosso con malvasia e altri intrugli che ne causò la morte. Nei suoi Annali, Mario Equicola si mostra scettico, e denuncia due casi di persecuzione che ricordano la Storia della colonna infame di Manzoni:

Di tal male pochi ne morirono, nondimeno ciascuno era impaurito per rispetto delli soprastanti, quali facevano parere una mosca un cavallo et fecero apicar per la gola un picigarollo [pescivendolo] incolpato di haver dato a vendere pagni apestati et un fornar incolpato che, essendo stato in loco sospetto, praticasse fra le persone. Di questo ultimo increbbe a tutti, dicendo che esser stato fatto torto.

Ma il duca Ercole II si risolse a emanare un decreto di espulsione (limitato ai soli ebrei nuovi venuti e di povera condizione sociale). Di nuovo Usque ci narra di una fuga nella notte, di anziani stremati dal peso delle loro cose portate sulle spalle che stramazzano al suolo, delle lacrime delle vedove e degli orfani, del saccheggio dei pirati una volta giunti sull’Adriatico. È in questa prima manifestazione di antisemitismo ferrarese che trovano spazio i linguaggi che, designando come Altro, come infetto, come indegno un intero popolo, costruiscono una soggettività indegna di vivere.
Due testimonianze in particolare spiccano. La prima è quella del segretario ducale Alessandro Guarini, secondo il quale “gli marrani”

Sono in tanto odio a questo polulo che mi dubbito che no siano lapidati: altro non si sente se non lamentationi et parole crudelissime contra questa natione et maleditioni et diavoli.

Il giorno dopo, in un nuovo dispaccio, mentre è in esecuzione l’espulsione dei marrani:

Attendesi a mandar via questa canaglia: il che si fa con tanta contentezza di questo populo, che non si potria immaginare la magiore: et in fatti si tocca con mano che questo male è tutto causato da questa natione lo quale sino a qui è poco et si spera che habbia a spegnersi del tutto.

E infatti, il giorno successivo, Guarini scrive al duca per «darle questa buona nuova, la quale si è che le cose della peste passano bene et altro non è successo, Dio gratia» [e sembra di sentir risuonare parole del tipo: «c’è qualcuno che mi sa spiegare perché tutti gli appestati sono giudei (senza tirare in ballo Boccaccio e il Trecento?»].

La seconda è una cronaca di Marco Savonarola, per il quale il duca si era lasciato ingannare dalla promessa degli ebrei di condurre mercanti e mercanzie:

E gli dette licenza che venissero, et così cominciorno ad arrivare questa brutta canaglia, et per uno mercadante che vi venne, vi erano cento altre famelie d’altra brutta canaglia di modo che, secondo l’opinione di molti uomini d’ingegno, passavano più di 12 mila, et per essere tal gente quasi tutte persone sporche et stomagose, che dove habitavano non se li potea stare per tanta puzza et fetore che menavano.

Vale la pena di ricordare, davanti alla stima di 12.000 migranti, che il “censimento delle anime” ordinato dal duca di Ferrara all’indomani del terremoto del 1570 attestò una popolazione di circa 22.000 abitanti al di sopra dei 16 anni, dei quali circa 1.200 ebrei. Prosegue il cronista:

Molte cose si potrebbero dire, ma il S.r. Iddio provvide, perché essendo venuto in questi giorni una di questa canaglia, il quale aveva una codesella, et esendogle andate certe persone a casa, ne infetò da sei case, per la qual cosa entrò tanto spavento nel core de Gentilhomeni et cittadini […] che ottennero che questa brutta canaglia si havesse a cacciare fuori di Ferrara.

Pochi mesi dopo, però, il duca ritirò il bando dei marrani, che poterono ritornare a Ferrara. Così racconta l’evento il Savonarola:

A dì 3 Febbraro. Essendo stato discacciata dalla città la perfida canaglia de Marani per il pericolo della peste, [gli ebrei] havevano assai intercessori appresso il duca, li quali continuamente pregavano che li lasciasse tornare in Ferrara, mostrandoli che loro farebbero tante mercantie che farebbero ricca la città, come se in Ferrara, et altri luoghi, non vi fossero delli Cristiani che faccino delle mercatie, senza torre questa brutta canaglia nemici di Giesù Cristo.

Se non ché, all’arrivo dei marrani in città, un manipolo di cittadini [ci sarà stato un consigliere comunale con cinque stelle sul copricapo a elogiarli, o a giustificarli?] cercò di impedire loro il passaggio dalle porte. Secondo il cronista, vistisi minacciati dalle armi degli esagitati, anche alcuni ebrei avrebbero messo mano alla spada – il Savonarola millanta addirittura 200 spade levate, il che pare un’esagerazione. Sopraggiunse allora Ercole d’Este con la sua guardia:

E fece tirar da parte cadauno e cominciò a dire grandissima villania a quelli della cittade che erano lì dicendoli “brutta canaglia, io ve li farò vedere” e “lassate stare, che io vi farò impiccare cinquanta di voi. Io voglio che loro vengano et se voi non ci volete stare, andatevene con Dio”.

E la canea, forte coi deboli ma debole coi forti, si disperde.
Samuel Usque, grato ad Ercole II, lo include addirittura fra le sette consolazioni che Dio ha concesso alle tribolazioni del popolo d’Israele:

Il settimo cammino che ti conduce verso la grande consolazione, è il porto sicuro e tranquillo che l’infinita misericordia del cielo ha preparato affinché i tuoi membri affaticati e i tuoi figli esiliati possano trovare un rifugio contro i tormenti del mare e della terra. Questa grazia è nell’anima generosa del nobile principe di sangue italiano, sublime e generoso, il cui nido è sulle belle e abbondanti acque del Po.

La storia, in realtà, ebbe una fine triste, perché questi linguaggi e queste pratiche di designazione ed esclusione che sembrarono sconfitti nel 1550, si dispiegarono poco dopo, con la devoluzione della città di Ferrara alla Chiesa e l’istituzione del ghetto, al quale solo pochi previdenti ebrei sfuggirono per aver abbandonato per tempo la città. Gli ebrei rimasero imprigionati nella morsa del ghetto, come Tasso in quella della tenaglia fra il Sé e l’Altro che non lasciava scampo alcuno a quella ragione diversa che sarà derubricata a follia, e l’Europa intera in quella strage senza fine che fu la Guerra dei Trent’anni.

Qui non è certo il caso di esaltare oltremisura, come fa l’Usque, la figura di Ercole II: anche se in tempi nei quali le parole esondano ogni limite e rotolano fuori dalla bocca di politici che giocano all’apprendista stregone, un governante che, armi in mano, disperde la canaglia razzista in un batter d’occhio, giganteggia. E se ricordiamo quel che Gramsci ci ha insegnato, che il moderno principe deve essere non singolo, ma collettivo, il modello passato può assurgere ad esempio per il presente. Nondimeno, ricordare come è poi andata a finire una storia iniziata con l’uso delle parole non per tessere relazioni, ma come randelli, è istruttivo, in un’epoca nella quale queste pratiche discorsive sono talmente diffuse da aver ricevuto una definizione specifica – hate speech – e l’attenzione di vari campi disciplinari, a partire da quello giuridico; e nella quale, come di recente ci ha ricordato Richard Sennett, acquista legittimità una «nuova forma di fascismo» che si basa sull’idea che «di fronte a gente che fugge, che cerca asilo e protezione, si possa derogare al principio dell’accoglienza, che si possa respingere, sparare sulle barche, o lasciare che affondino».
[E siamo anche consapevoli, come ha ricordato Marco Revelli a proposito del decreto-Minniti sottoscritto anche dal ministro Franceschini, che «un uomo può aver letto Marx e Primo Levi, orecchiato Marcuse e i Francofortesi, militato nel partito che faceva dell’emancipazione dell’Umanità la propria bandiera, esserne diventato un alto dirigente, e tuttavia, in un ufficio climatizzato del proprio ministero firmare la condanna a morte per migliaia di poveri del mondo, senza fare una piega»].

E allora sia consentito tornare al mondo di Ariosto e Boiardo, del quale gli stessi ebrei apprezzarono i versi del Furioso, tanto da tradurli in spagnolo ed ebraico. Torniamoci con nostalgia, ma anche per imparare una grandezza che è stata possibile: quella di un mondo nel quale la poesia non è confinata ai margini della scienza, come follia o consolatorio riposo del guerriero (come vogliono taluni tristi cantori di un pensiero postmoderno che lascia le cose così come le trova), ma è partecipe del campo della verità e della storia; dove uomini e donne si muovono in libertà, dove bene e male non derivano né da una stirpe né da una religione, ma dai comportamenti degli uni e degli altri; dove anche alle donne è concesso praticare il libero amore. Dove può capitare che il più nobile dei valori, quello dell’amore, designi un cavaliere che non è né cristiano né nobile, ma nondimeno bello e giocondo in volto come un angelo, nobile di cuore, animo e fede: quel Medoro moro che conquista il cuore di Angelica e straccia quello di Rinaldo. Il quale Rinaldo, ripercorrendo all’inverso la strada dei marrani portoghesi – da Basilea al Reno, fino alle selve delle Ardenne: e chissà che quel percorso inverso non sia stato tracciato da un colto ebreo che aveva il poema d’Ariosto sul tavolo – continuerà a chiedersi:

Com’esser puote ch’un povero fante
abbia del cor di lei spinto da parte
merito e amor d’ogni altro primo amante [XLII, 45].

[Questo testo, estratto dalla conferenza “Le parole, le cose, i cavalieri e i giudei. L’invenzione del nemico nella Ferrara estense”, pronunciata al Festival Ariostesco di Stellata il 16 settembre 2016, è in parte ricavato dal mio Le parole, le cose, l’arme e ‘l capitano. Uno sguardo archeologico sulla corte estense, ComunEbook Ferrara 2016, scaricabile qui].

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