sab 18 Nov 2017 - 123 visite
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Sacro e profano: due episodi di Mistero Buffo a Occhiobello

La stagione inizia con il grande classico del premio Nobel Dario Fo riletto dal genovese Ugo Dighero

di Federica Pezzoli

Una prima di tutto rispetto per la stagione teatrale costruita dall’Associazione Arkadiis e dall’assessorato alla cultura del Comune di Occhiobello: venerdì sera Ugo Dighero ha portato sulle rive del Po la sua personale interpretazione di due fra i più celebri racconti del Mistero Buffo di Dario Fo, “Il primo miracolo di Gesù Bambino”, tratto da “Storia della tigre e altre storie”, e “La parpaja topola” dal “Fabulazzo osceno”.

Un gradito ritorno quello del comico genovese sul palco di Occhiobello, che anzi ha quasi tenuto a battesimo se, come ha sottolineato il direttore artistico Marco Sgarbi, “Ugo è stato uno dei primi a venire qui da noi ancora nel lontano 2002 o 2003”.

Noto al grande pubblico televisivo soprattutto per il recente ruolo di Giulio Pittaluga di “Un medico in famiglia”, Ugo Dighero, classe 1959, è in realtà un comico e attore di lungo corso, formatosi alla Scuola di recitazione del Teatro Stabile di Genova, e ha raggiunto la notorietà sul piccolo schermo con “Avanzi” su Rai3 nel 1991 assieme ai Broncoviz, con un altro celeberrimo comico del piccolo schermo, Maurizio Crozza.

Nondimeno in questo spettacolo Dighero si misura con un mostro sacro del teatro e della letteratura italiana: Dario Fo e il suo universo di Mistero Buffo. Intelligentemente non cerca l’emulazione, una sfida persa in partenza con un siffatto precedente, praticamente inarrivabile per maestria e presenza scenica, ma cerca una propria via per riproporre il teatro del premio Nobel milanese anche oltre il suo creatore: “una persona con un’energia incredibile”, ha affermato Dighero venerdì sera nel consueto incontro con il pubblico dopo lo spettacolo. “Avevo appena iniziato a fare questo mestiere – ha continuato l’interprete – e lo vidi recitare Mistero Buffo in tv: mi è cascata la mascella vedendo questa narrazione nella quale all’attore è affidato tutto”, non solo la recitazione, ma anche la scenografia e la colonna sonora.

Per questa serata dittico Dighero ha scelto di mischiare sacro e profano portando in scena “Il primo miracolo di Gesù Bambino” e “La parpaja topola”. Il primo è un episodio dei Vangeli Aprocrifi nel quale si racconta della fuga in Egitto, con l’arrivo a Jaffa e l’inserimento del piccolo Gesù. ‘Il Palestina’, emarginato dagli altri bimbi perché straniero, per farsi ben volere fa mostra delle proprie doti ultraterrene incurante, come tutti i bambini, delle conseguenze. Un racconto di grande attualità e di grande umanità.Il secondo, il cui titolo “non ha bisogno di traduzione” scherza Dighero, è un racconto tratto da un fabliau della Francia del 1100 circa: il tema è sì osceno, ma l’ironia e la comicità sono tali che non si scade mai nel volgare, anzi mano a mano che il racconto di Giavanpietro, di Alessia, di don Faina e della Vulpassa va avanti si vira sempre di più verso una favola di estrema ingenuità e purezza.

Mostrando una grande capacità istrionica, Dighero ha vinto la propria sfida in questo teatro di narrazione nel quale l’esito è ancorato esclusivamente alle doti attoriali del protagonista, privo com’è di qualsivoglia elemento scenico oltre la persona dell’attore: grazie a un sapiente uso del corpo e della mimica facciale l’attore riesce a creare sul palco le situazioni nelle quali le sue storie si svolgono e interpreta tutti i personaggi, ognuno con una propria sfumatura specifica. Allo spettatore non serve altro, se non alcune brevi pennellate introduttive proprio come faceva Fo, per immaginarsi la propria scenografia e godersi quel linguaggio un po’ inventato e un po’ no che serviva agli attori della commedia dell’arte per poter raccontare le proprie giullarate in qualunque paese si trovassero.

Improvvisamente ci si trova per le strade caotiche e polverose di Jaffa e si vede il cielo oscurarsi di nubi quando, come farebbe ogni padre, Dio accorre chiamato dal piccolo ‘bambin Jesus’; poi si salta nella Francia medievale in mezzo al gregge di Giavanpietro, del quale il pubblico condivide la meraviglia mentre guarda respirare la sua Alessia nella prima notte di nozze.

A chiudere la serata l’interpretazione di “una lirica in stile futurista” composta dallo stesso Dighero “ai tempi della prima guerra in Iraq”: “Ho deciso di esportare una merce nuova” è una tagliente satira sull’ipocrisia e sul paradosso di voler esportare la pace e la democrazia con le bombe.

La serata di venerdì per i più giovani è stata un’occasione per godere dal vivo di un caposaldo della cultura teatrale italiana del Novecento; per i nostalgici è stato un amarcord di alto livello.

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