Lun 10 Lug 2017 - 1357 visite
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“Sono stata vittima di bullismo e vi dico che parlarne è la soluzione”

Flavia, che oggi è testimonial con la polizia postale della campagna ‘Una vita da social’, racconta la sua storia agli Emergency Days

di Mattia Vallieri

“Per la mia storia è stato fondamentale il supporto dei miei genitori e ai ragazzi quando vado nelle scuole dico sempre che parlare è la soluzione per risolvere il problema. Probabilmente se non lo avessi fatto avrei rischiato di suicidarmi come tanti altri ragazzi di cui ho conosciuto i famigliari”. È questo il messaggio di Flavia Rizza, una giovane ragazza ex vittima di bullismo, durante l’incontro ‘Bullismo e cyberbullismo: conoscerli e sconfiggerli’ agli Emergency days.

Flavia, che oggi è testimonial con la polizia postale della campagna ‘Una vita da social’, racconta la sua storia emozionante con una voce ferma e sicura che si scontra con un racconto fatto di soprusi e offese durate anni (“Mi dicevano balenottera e che dovevo stare sola per non togliere spazio ad altri”), in cui è stata continuamente presa di mira e picchiata. “Io sono stata vittima sia di bullismo prima all’età di 8 anni che di cyberbullismo alle scuole medie – spiega la ragazza -. Tutto è iniziato con l’arrivo nella mia classe di un ragazzino da un’altra scuola che mi prendeva di mira assieme ad altri e purtroppo me lo sono ritrovato successivamente anche alle scuole medie e lì le cose sono peggiorate perché ha fatto amicizia con dei ripetenti che si sono uniti a lui”. È la stessa Flavia a ricordare che di quegli atteggiamenti parlò con i docenti e con la preside ma non ottenne quello che sperava. “Ho sempre fatto presente ai miei insegnanti e a volte anche alla preside di quello che accadeva, cercavo di avere aiuto che in quell’ambito non ho mai trovato – afferma Rizza -. Oggi molti insegnanti delle elementari mi hanno tolto il saluto perché ho detto che la scuola non ha fatto nulla per aiutarmi”.

“La mia sensazione è che venivo presa di mira perché ero brava a scuola e tante volte dicevo ai miei genitori che non volevo rimanere a scuola perché avevo paura” prosegue Flavia, che si sofferma poi ad analizzare il periodo drammatico in cui divenne vittima di cyberbullismo durante il periodo delle scuole medie. “Io non avevo alcun account social a quell’epoca – chiosa la ragazza -, in seconda media mi hanno fotografato il sedere e lo hanno postato su Facebook ed i commenti erano terribili. L’unica prof che porto nel cuore, e che mi ha aiutato molto, quando si accorse della cosa stampò la foto e convocò i genitori per parlarne. Purtroppo poi essendo precaria venne spostata da un’altra parte”.

La parola passa poi all’avvocato Antonio Maria La Scala che non usa giri di parole: “Il problema è che oggi si parla di bullismo come fosse una bravata o uno sfottò ma significa invece minaccia, diffamazione, atti persecutori, ingiuria e lesioni personali che sono tutti reati – tuona l’avvocato -. Con la polizia andiamo nelle scuole a spiegare cosa significa il bullismo anche sotto un aspetto giuridico”. E ancora: “Io ce l’ho con i genitori che non devono difendere sempre i propri figli. In Puglia abbiamo quasi 2 casi al giorno di bullismo con i genitori che non ammettono la situazione”.

“Non parliamo dei casi di cyberbullismo, degli adescamenti online e dei selfie sexy che ci si invia perché qua i casi di reato sono tantissimi e molti usano Facebook senza sapere i rischi a cui si va incontro” dichiara ancora La Scala, convinto che “per fortuna quello che sta cambiando è che se ne parla ma i reati che si commettono sono gravissimi e distruggono le vite delle famiglie sia del bullo che di chi lo subisce. Chiamiamo le cose con il loro nome, ad esempio a Genova uno stupro di gruppo i giornali lo hanno definito bullismo: quella è violenza sessuale a tutti gli effetti. I carceri minorili si stanno riempiendo ma sono convinto che quello da solo non serva a niente, va accompagnato ad un programma rieducativo”.

A provare a dare un punto di vista scolastico al fenomeno bullismo ci pensa Monica Pasquino (presidentessa associazione Scosse): “La scuola è un sistema molto complesso e delicato in cui le difficoltà della società si vedono prima e le situazioni vengono amplificate. Abbiamo proposto un questionario ed a una delle domande, se ci fossero fenomeni di bullismo nella propria classe, il 30% degli insegnanti ha detto sì mentre il 90% degli studenti ha risposto affermativamente”.

“Gli insegnanti hanno il dovere di denunciare ma assumono l’atteggiamento del non vedere perché non si ha la forza di reagire o perché considerano il bullismo come uno scherzo” ribatte Pasquino, sostenendo che “tra gli insegnanti ci sono sicuramente dei colpevoli ma tanti sono in difficoltà ad affrontare la situazione perché non hanno gli strumenti per farlo. Le riforme della scuola hanno creato debolezza e reso il corpo docente più fragile, c’è la paura che se chiami qualcuno per fare un incontro sul bullismo possa esserci il rischio di inculcare nella testa dei ragazzi la teoria gender”.

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