Gio 18 Mag 2017 - 2954 visite
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Ronchi e le sue Catastrofi naturali. Trent’anni di politica e immaginazione

In un libro di poesia le riflessioni (e non solo) di chi è stato assessore alla Cultura a Ferrara e in Regione

È il 2 agosto del 1997. In una grande casa di Lawrence, nel Kansas, muore dopo un attacco di cuore William Burroughs. È il momento in cui Alberto Ronchi inizia a mettere in versi i suoi pensieri. Pensieri diventati poesie e raccolti oggi sotto il titolo “Catastrofi naturali. Liriche 1997-2016”, uscito per le edizioni Modo Infoshop di Bologna.

Il libro sarà oggetto venerdì 19 maggio, alle ore 18.30, di un reading dello stesso autore nella libreria Ibs-Libraccio di Ferrara. “Catastrofi naturali” raccoglie 30 liriche uscite in tre decadi dalla penna di uno dei protagonisti della cultura locale e regionale degli ultimi lustri. Prima assessore alla cultura del comune di Ferrara dal 1999 al 2004, Ronchi ha ricoperto in seguito identico ruolo in Regione (dal 2005 al 2010) e poi nel comune di Bologna (dal 2011 al 2015), fino allo strappo con il sindaco Merola a causa del caso Atlantide.

Ne è passato di tempo da quel 2 agosto, quando il verso libero nacque come reazione alla morte di uno dei suoi punti di riferimento letterari, William Burroughs, “un apolide per definizione” che anche oggi, recita la poesia, avrebbe la “capacità di essere contro/ con i denti e i polmoni” e lancerebbe un “ghigno beffardo verso […] quello straccio a stelle e strisce/ ridicolo/ come tutte le bandiere”. A lui, che odiava le bandiere, è dedicata la prima lirica, “1997”.

“Uno dei mali di allora, e sta ritornando prepotentemente di moda anche oggi, è il nazionalismo. Sono molto legato alla cultura degli anni Cinquanta e Sessanta. Allora c’erano molti più confini determinati. Penso al Muro di Berlino, al mondo diviso in due blocchi. Oggi ci sono altri confini e altri muri. Io mi riconosco di più in quel periodo. Sono molto legato a una cultura tra gli anni Cinquanta e Sessanta”.

Riferimenti che si rincorrono più volte nel libro, con citazioni di Patty Smith, Jack Kerouac e un po’ tutto il mondo della beat generation. Anni in cui c’era voglia di “disordine e sporcizia” come recita “Punk”.

“Uno dei mali di allora, e sta ritornando prepotentemente
di moda anche oggi, è il nazionalismo”

“Punk è un’invettiva, una forma molto utilizzata nelle canzoni. L’invettiva più famosa nella storia del rock sono Like a rolling stone, God save the Queen. Non deve sorprendere se quello che scrivo sia influenzato dal mondo della musica. Tra l’altro Punk ha vissuto anche il percorso opposto: da poesia è diventata canzone. Un gruppo romano, gli Holiday Inn, l’ha tradotta in inglese e ne ha ricavato una canzone”.

È costruita come invettiva anche “Rock and Roll”, dove troviamo i “cattolici osservanti/ [che] picchiano migranti”.

“Non sono versi contro i credenti, ma mi piace sottolineare le contraddizioni che vedo attorno a me. Non sopporto il perbenismo. Odio la frase che sento sempre più spesso «io non sono razzista ma…»”.

Eppure uno che è vissuto in mezzo alla politica per tanti anni dovrebbe averci fatto il callo.

“Mi sono scontrato fortemente contro il perbenismo anche nella mia attività politica, specialmente nell’ultimo periodo. Tanto che la fine della mia esperienza bolognese è legata a forme di intransigenza verso i compromessi. C’era un accordo per mettermi da parte e sono riusciti a sfruttare la prima occasione propizia. Stavo trattando con un collettivo che gestiva uno spazio (Atlantide, ndr) e alla fine hanno dato il via allo sgombero senza che ne venissi Informato. Io non lo ho accettato e sono stato messo da parte. Ma posso dire che rifarei esattamente le stesse scelte. Se c’è una cosa che non ho sono i rimpianti. E sono contento oggi di essere fuori dalla politica, anche se ho ancora un’età in cui nulla può essere definitivo”.

E oggi, che puoi avere un occhio distaccato, come la vedi la politica?

“È una politica che non programma, che non ha immaginazione, vive giorno per giorno, molto legata all’immagine e che dal punto di vista del linguaggio ha assorbito passivamente l’ultima grande rivoluzione culturale italiana, quella del Berlusconismo. E non c’è nessuna differenza, cambia solo l’enfasi. Ed è per questo che, pur non considerandomi un poeta, sto attento al linguaggio. Il linguaggio è fondamentale per differenziarsi.

Non diciamolo a Renzi però che non c’è nessuna differenza. Non abbiamo fatto la rottamazione?

“La rottamazione tocca un aspetto vero. Il nostro è un Paese vecchio dal punto di vista della classe dirigente, ma impostarla come ha fatto il segretario del Pd fa venir meno elementi fondamentali anche in politica: l’esperienza e la preparazione. Si crea l’aspettativa di poter arrivare a un risultato immediato, a scapito del saper fare. Un tempo non era così”.

E Grillo? Non ha aggiornato il linguaggio della politica?

“Con il movimento di Grillo siano alla degenerazione pura. La democrazia diretta non ha mai funzionato nella storia. È una grande ipocrisia. Grillo ha aggiornato solo in parte il linguaggio, ma non ha fatto nulla di nuovo. Ha semplicemente sostituito la tv con il web. Detto questo, non voglio demonizzare il Movimento 5 Stelle. al suo interno vi sono tante persone capaci e proposte che meriterebbero una attenta analisi, a partire dal reddito di cittadinanza”.

Grillo non ha fatto nulla di nuovo.
Ha semplicemente sostituito la tv con il web

Rimane solo da picconare la sinistra. In “Belgrado” riecheggiano i bombardamenti della Nato avvallati all’epoca dal governo D’Alema e la speranza che “ogni tiranno è avvisato/ niente può fermare il desiderio/ di regalare libertà”. Una catastrofe politica (dove “ogni colpa individuale è collettiva/ nell’orgia degli ideali”) accanto a quelle naturali, che ritroviamo invece con il terremoto del centro Italia e che dà il titolo alla silloge.

“Catastrofi naturali è un cut up, nata raccogliendo titoli e occhielli dei giornali di quel periodo. Ero impressionato dalle banalità che scrivevano. Certo, spesso le catastrofi sono politiche. Possiamo dire che non viviamo proprio in un periodo storico molto felice, visto che alle catastrofi usuali se ne sono aggiunte anche di naturali”.

Veniamo alla tua città, che ritorna nella “tenerezza di poche nuvole/ immerse in un cielo rosa/ sputato sopra una pianura”, nella “periferia coperta di antenne”, dove “le chiese nascondono i peccati dei credenti e “le spose felici scendono scale di palazzi”. Dal 1997 al 2016 come è cambiata Ferrara?

“È cambiata tanto. Ferrara rientra perfettamente nella dinamica di una città di provincia italiana. Anche qui non ci sono progetti, si cavalcano le mode. Per esempio quella del cibo. L’abbiamo riempita di cibo, di festival del cibo, street food, biologico, vegano… tutte ossessioni apocalittiche. E tutte in centro. E contemporaneamente vediamo ampie zone della città dove non accade nulla, mentre nel ‘salotto’ della città si assiste al terrore del vuoto, con magari cinque iniziative allo stesso tempo. Con tutto il rispetto per chi se ne occupa, la cultura non può avere questa impostazione tipica di alcune realtà al di là del Po, con manifestazioni casuali dove tutto è evento, mercati, dove si pensa al margine di guadagno, si seguono le mode. Prima per essere vivi sembrava si dovessero aprire per forza dei musei. Musei ovunque. Ne abbiamo aperti tanti che ora dobbiamo chiuderli. Poi i festival, ci manca solo quello della cacca. E così si spendono risorse in manifestazioni che servono a dare un consenso immediato, indebolendo al contempo la possibilità di investimenti da fare in prospettiva.

Musei ovunque. Poi i festival,
ci manca solo quello della cacca

L’attività culturale è un investimento che ha un respiro che per sua natura va al di là del tempo di una legislatura. Eppure Ferrara per un periodo è stata un punto di riferimento in questo campo. Ma quel ruolo è stato demolito in fasi successive. Questo ragionamento vale anche per il turismo. La smania dei numeri è cosa deleteria. Ricordiamoci che spesso le rotture più straordinarie al loro apparire o sono state contestate o hanno avuto poco seguito. Pensiamo a Charlie Parker, a Stravinskij, ai Sex Pistols. È il tempo che definisce ciò che è importante. Paradossalmente l’ultimo sindaco a fare programmazione è stato Soffritti. Ha fatto anche disastri incredibili, come Cona e l’espansione a est, ma almeno aveva una visione della città a lungo termine”.

E prima?

“Non voglio pontificare, ma qualcosa l’ho fatto. A Ferrara il festival Ferrara Sotto le Stelle, il cinema Boldini, per indicare i primi che mi vengono in mente. Ho dato una mano a un esempio di eccellenza come il Jazz Club, conosciuto in tutto il mondo. C’era un bellissimo progetto, il Progetto Carmassi, con Andrea Buzzoni per la risistemazione del quadrivio rossettiano, con una ridefinizione degli spazi e un collegamento a mo’ di promenade dei giardini. Ma per realizzarlo servivano programmazione e investimenti. A Bologna ho lasciato la Fondazione Cineteca, che ora lavora in tutto il mondo, ho salvato l’Arena del Sole e favorito l’unificazione con Ert, il teatro regionale”.

Musei ovunque si diceva. Forse presto ne avremo uno in più per ospitare la collezione Sgarbi.

Ecco, diciamo che se uno nella sua vita sceglie di comprare quadri, non capisco perché i cittadini debbano spendere soldi per dare una sede ai suoi quadri. Che tra l’altro rimangono privati, non c’è nessuna previsione di donazione. Sgarbi mi è simpatico, è intelligente, si è costruito un suo personaggio, ha inventato la tv urlata. Alla fine però è diventato una specie di Cacciari, gli chiedono pareri su tutto. Questo non vuol dire però che abbia sempre ragione. I musei e le esposizioni d’arte lasciamoli fare agli addetti ai lavori. Tra l’altro a Ferrara abbiamo anche una direttrice molto brava. Rispettiamo i ruoli. La politica dia gli indirizzi, non si metta a organizzare mostre.

Non può mancare una domanda sulla Spal in serie A.

“Devo essere sincero, con le nuove norme non frequento più lo stadio. Con quei tornelli mi sembra di entrare a Guantanamo. Per carità, ben vengano se servono alla sicurezza, ma preferisco guardarmi la partita da Franc (il gestore del Molo, ndr). La Spal in A è una bella cosa, soprattutto per chi è nato e vissuto a Ferrara. Io in 55 anni l’ho vista in tutte le serie tranne che in A, anche se mi ricordo ancora le figurine con il bordo rosso. Non pensiamo però che porterà improvvisamente ricchezza alla città, la farà sicuramente conoscere di più in tutta Italia. A livello sportivo mi sembra che la società sia partita con il piede giusto: la riconferma di Semplici è il primo indizio che vuole rimanere nella massima serie. Semplici, lo dissi già il primo anno, è uno dei migliori allenatori italiani”.

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