Ven 24 Mar 2017 - 1563 visite
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Dentro la Cella del Tasso

Gli studenti del Roiti ripercorrono la reclusione del poeta con una visita straordinaria nel luogo di prigionia

di Cecilia Gallotta

Ha riaperto i battenti la cella del Tasso, che nel pomeriggio di giovedì è stata teatro di un momento evocativo delle nostre radici culturali. I sotterranei di piazzetta Sant’Anna sono infatti una ricostruzione filologica dell’originaria cella del poeta cinquecentesco, distrutta all’inizio degli anni Trenta, ma di cui si sono conservati alcuni elementi, quali le porte. Una ricostruzione “che denota l’intento di non dimenticare da dove veniamo – come ricorda l’assessore Maisto – e per questo stiamo lavorando per renderla accessibile in maniera più strutturata”.

Ma com’è possibile che sia stato distrutto un pezzo così importante di storia? Ce lo spiegano gli studenti di 4G del Liceo Roiti, che, tramite il Corso di Scienza della Conservazione dei Beni Culturali, fanno da ciceroni ai visitatori illustrando come in realtà si dubitasse della reale attribuzione della cella alla reclusione ferrarese del Tasso. Primo fra tutti il drammaturgo tedesco Goethe, visitando la cella, si dichiarò sorpreso e negò che potesse essere la cella del poeta sorrentino, in quanto veniva usata come legnaia.

Oltre le porte, però, rimangono ai giorni nostri altri elementi della struttura nella quale la cella era inserita, ovvero l’ex Ospedale Sant’Anna, oggi auditorium del Conservatorio G. Frescobaldi. La struttura nacque nel 1440 in una zona che “allora era fuori da tutto – spiegano i ragazzi – ed era una scelta strategica perché così si mitigavano i contagi”. Questo fino al 1927, quando l’aumento della popolazione ferrarese e lo sviluppo della medicina portarono allo spostamento del Sant’Anna in Corso Giovecca. Dell’attuale piazzetta Sant’Anna si decise di farne un quartiere, il cui disegno fu affidato all’ingegner Savonuzzi, e di cui rimangono originari il portale quattrocentesco antistante la cella, il protiro e le colonnine del chiostro.

“Di Tassi – però – ce n’è parecchi” diceva lo scrittore triestino Scipio Slataper, e sono parecchie anche le teorie sulla reclusione del poeta: se c’è chi ritiene che fosse pazzo, c’è anche chi difende il suo stato interiore confusionale, a metà fra la voglia di adeguarsi alle idee controriformiste del tempo, e l’attrazione verso la cultura edonistico-rinascimentale.

Certo è che Tasso è considerato “il poeta dalla doppia faccia”, e questo anche perché, prima di Ferrara, era già stato rinchiuso nel convento di S.Francesco a causa della sua convizione di essere spiato da un cortigiano, che aggredì. Dal convento riuscì a fuggire, cosa che non fece nei sette anni di reclusione ferrarese, questa volta a causa della sua escandescenza durante le nozze fra Alfonso II e Margherita Gonzaga. Le teorie più romantiche, invece, non attribuiscono più “le sue contraddizioni a bizzarrie umorali o a debolezze”, ma le considerano come il riflesso di una condizione spirituale più vasta, come la testimonianza della crisi nelle istituzioni politiche e nella vita intellettuale italiana.

Un altro conflitto da prendere in considerazione è infatti quello tra amore e onore, l’eterno abisso tra sentimento e società, la “prigione interiore” dalla quale il poeta romantico riesce ad uscire, cosa che il Tasso ha vissuto in prima persona. Quella della cella tassiana è una storia “che ha richiamato più l’interesse mondiale che ferrarese” raccontano gli studenti, che si dicono onorati di rivalutare questo scorcio di storia cittadina ai quali sono stati richiamati, fra gli altri, esponenti del romanticismo inglese quali Byron e Shelley. E persino lo scrittore Pazzi, “ammise di esserne venuto a conoscenza tramite un professore di Harvard”.

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