Attualità
2 Marzo 2017
Carradori adotta il piano triennale di rientro, nel 2015 i servizi in concessione pagati il 51% in più rispetto alle previsioni contrattuali

Lievita il project financing, Cona costa 10 mln in più del dovuto

di Daniele Oppo | 6 min

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Uno scostamento tra costi e ricavi di 13,138 milioni di euro nel 2015 rispetto alla media delle altre strutture regionali, oltre dieci in più rispetto a quanto consentito, grazie soprattutto alla spropositata lievitazione del contratto di concessione dei servizi stipulato con Progeste nel 2006. Ecco, in nuce, i motivi per i quali l’azienda ospedaliero universitaria Sant’Anna deve ricorrere al piano di rientro triennale imposto dal ministero, nonostante la richiesta di deroga avanzata dalla Regione.

L’analisi dell’azienda contenuta negli allegati alla delibera  n° 70/2017 con cui il dg Tiziano Carradori adotta il piano di rientro, è impietosa per vari aspetti, soprattutto per quanto riguarda la lievitazione dei costi del project financing, segno di una evidente incapacità a monte di prevedere e programmare la quantità e la qualità dei servizi che si sarebbero resi necessari per una gestione sanitaria efficace nell’ospedale hub della provincia di Ferrara. Sono i numeri a parlare.

Quanto costa (in più) il contratto con Progeste. Nel 2014, dati a consuntivo, il fatturato complessivo per i servizi in concessione è stati di quasi 33 milioni di euro (al netto di Iva). Di questi, solo 4,3 milioni sono per l’ammortamento per il finanziamento dei costi di costruzioni e ben 28,6 milioni sono per i servizi a contratto. Se così, in un bilancio da oltre 200 milioni di euro, sono numeri che non dicono tanto, gli stessi numeri parlano quando confrontati con quanto previsto in fase di aggiudicazione del contratto nel 2006: l’ospedale di Cona nel 2014 ha pagato 9,3 milioni di euro in più (+39,74%) di quanto previsto nell’offerta base del 2006. Scomponendo i costi, l’azienda paga i servizi il 44,93% in più, mentre per l’ammortamento ‘solo’ il 13,1%. Il perché è scritto negli allegati: “Tale diverso andamento è spiegato dal fatto che mentre sull’ammortamento agisce esclusivamente la rivalutazione Istat, sui servizi agiscono sia gli adeguamenti Istat sia le variazioni nelle quantità richieste di servizi. Queste ultime, a loro volta, dipendono sia dalle inevitabili differenze tra le quantità stimate nell’offerta base e quelle realmente osservate all’atto dell’esecuzione del contratto, sia dall’attivazione di servizi non inclusi nella fornitura all’atto dell’aggiudicazione del contratto o dalla mancata consegna di servizi originariamente previsti (supporto alberghiero per camere a pagamento e parcheggi)”.

I numeri del 2015 sono, se possibile, anche peggiori: Cona ha pagato a Progeste 34,3 milioni di euro (4,4 per l’ammortamento e 29.8 per i servizi). Rispetto al 2014 c’è stato un aumento di 1,3 milioni di euro (+4,21%) con un aumento scorporato del 4,53% per il corrispettivo per i servizi e del 2,16% per l’ammortamento. Ritornando all’offerta base del 2006, l’Aou ha pagato 10,7 milioni di euro in più  (+45,63%), con un incremento del 51,49% per i soli servizi  e del 15,53% per l’ammortamento.

Il project financing conviene solo a Progeste. È la stessa azienda sanitaria a dire che si tratta di “un investimento economicamente molto più conveniente per il concessionario di quanto ipotizzato nel Pef (piano economico finanziario, ndr) originario, determinando, per contro, condizioni economico-finanziarie sensibilmente peggiorative per l’Azienda”.

Dal vecchio al nuovo Sant’Anna. Che il contratto con Progeste sia una specie di buco nero lo conferma anche il rapporto tra le condizioni al 2011, quando ancora l’ospedale era realmente cittadino, nell’anello di corso Giovecca, e il 2015: “L’anno 2015 totalizza costi (al lordo dei 7,3 milioni contabilizza per la transazione con il concessionario, a seguito di sentenza con azienda soccombente) per 27,4 milioni di euro maggiori a quelli registra nel 2011 (si passa da 267,2 milioni a 294,6 milioni, ndr) – scrive l’azienda – con la percentuale di incremento significativamente superiore a quello medio calcolato sulle altre aziende di riferimento. Oltre i due terzi di tale incremento è a attribuibile agli aggregati di costo relativi alle manutenzioni e ai servizi non sanitari, aggregati ricompresi nel contratto di concessione. I costi dei servizi e delle manutenzioni aumentano infatti in concomitanza con il trasferimento dell’Ospedale S. Anna dalla vecchia alla nuova sede, attivato progressivamente a far data dal maggio 2012 sotto l’urgenza degli eventi sismici e, quindi, con l’avvio del contratto di concessione per i servizi e le manutenzioni”. Questo nonostante la riduzione dei posti letto (-149 tra 2011 e 2012/2013) – il cui costo, prima leggermente al di sotto della media regionale, è salito via via fino a superare abbondantemente il costo di riferimento – e nonostante la progressiva riduzione del costo del lavoro.

Cona è troppo grande? Buona parte del succo è qui, ma ci sono anche altri fattori a determinare lo sforamento dei costi come le dimensioni di Cona, ad esempio, la cui superficie (oltre 185.150,23 mq), “rapportata alla massima capacità produttiva autorizzata (710 posti letto) presenta parametri significativamente più eleva di quelli di riferimento determinando costi per unità di produzione significativamente più elevati”. Tradotto in numeri, costa circa 4,7 milioni di euro. A questo si ricollega la questione dell’ospedale San Giorgio, con il cui trasferimento a Cona l’azienda si aspetta di risparmiare circa un milione di euro all’anno.

Dipendiamo sempre più da Cona. Dal 2012 al 2015 è cresciuto il tasso di dipendenza dei ferraresi dall’hub di Cona: la percentuale è passata dal 41,9% al 45,8%, ma il tasso di cittadini che si rivolgono alla totalità degli ospedali della provincia è sceso dal 79,1% al 77,4%. Questo a discapito degli ospedali spoke del territorio, con la mobilità infraregionale che è rimasta più o meno costante, mentre è leggermente crescita quella verso le strutture fuori dall’Emilia-Romagna (+1,3% in quattro anni).

Insomma, il Sant’Anna conquista fette sempre maggiori, ed è per questo che è allarmante leggere che con la riduzione dei posti letto del 24% tra 2011 e 2015 e nonostante una maggiore efficienza delle “risorse di ricovero”, la situazione globale “ha fatto sì che da una occupazione media che sfiorava l’80%, si è passati ad un’occupazione media di tutti posti letto dell’Azienda Ospedaliera Universitaria che sfiora il 90%, portando l’ospedale a una condizione operativa molto vicina al rischio di non soddisfare le richieste di ricovero o di esecuzione di procedure complesse. D’altronde lo abbiamo visto proprio ad inizio anno con l’imposizione dello stop parziale agli interventi non urgenti e la necessità di adottare misure anti-sovraffollamento.

Come uscirne? La Regione nel 2016 aveva chiesto al ministero di non assoggettare l’azienda ospedaliera di Ferrara all’obbligo di predisporre un piano di rientro per due motivi: chiedeva di non considerare il canone annuo di 6 milioni di euro nel computo dei costi della gestione corrente, e chiedeva di ricalcolare con altri parametri i ricavi delle attività ambulatoriali in modo che passassero da 9,7 milioni a 17,2 milioni di euro, facendo ‘uscire’ Cona dalla perimetro di applicazione dell’obbligo. Ma il ministero ha risposto picche a entrambe le richieste. L’Aou ha dovuto elaborare così il piano, valido per gli anni 2016-2019, in cui si prevede sostanzialmente di agire sui contratti di concessione (non solo con Progeste, per i parcheggi e/o rinegoziando o risolvendo il contratto, ma anche per il servizio mensa, rinegoziandone il prezzo); completare il processo di integrazione con l’Ausl; concentrazione dei servizi a Cona e razionalizzazione di quelli nell’area dell’ex ospedale; ottimizzare il sistema di smaltimento dei rifiuti e ottimizzare le funzioni amministrative generali e di stabilimento, con riduzione dei servizi acquisitati dalla società Cup2000. In questo quadro rientra anche il nuovo piano di riorganizzazione degli ospedali della provincia.

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