Giorno della Memoria, il programma del Meis
Il Meis propone un una serie di appuntamenti dedicati al Giorno della Memoria, il programma comprende momenti di approfondimento dedicate alla storia della Shoah
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Oltre 150 cittadini all’evento conclusivo di “Fermate di confronto”: verde, mobilità dolce e sicurezza al centro delle richieste per disegnare il futuro dell'area liberata dal cantiere di interramento della ferrovia
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I Venerdì dell’Universo compiono 27 anni. La nuova edizione della storica rassegna, con sei serate gratuite tra fisica, astronomia e divulgazione scientifica alla Sala Estense è stata presentata a Unife
di Federica Pezzoli
Perché fare teatro in carcere? È una domanda che il regista Horacio Czertok, fondatore del Teatro Nucleo e dei laboratori di teatro nel carcere di via Arginone, si è fatto più volte e che diverse volte gli è stata posta. “I detenuti prima o poi usciranno e verranno a vivere vicino a casa mia: come voglio che sia il mio vicino di casa? Una persona rancorosa e diffidente o disponibile e capace di reinserirsi nella società?”: questa la domanda con la quale risponde.
Moncef Aissa è stato uno dei suoi attori-detenuti, uno dei primi, un giorno uscendo di casa se lo è trovato davanti. “Che ci fai qui? Sei scappato di prigione?”, ha chiesto Horacio. “Sto andando in bici, io ora abito qui”. Ecco come è nato “Il mio vicino”, spettacolo prodotto dal Teatro Nucleo dal 2010 e portato, per la prima volta a Ferrara, in una sua riedizione sabato sera nello spazio teatrale di Ferrara Off.
“Il mio vicino” narra della costruzione di “una terra possibile, fatta di parole, gesti e poesia” a partire dall’incontro di due “destierradi”, come si direbbe in spagnolo, due esseri ai quali la terra è stata tolta per volere di qualcun altro: Moncef, detenuto originario della Tunisia, e Horacio, costretto all’esilio dalla sua Argentina dopo il colpo di stato di Videla. Un incontro avvenuto in “una terra di nessuno”: il carcere, “una no man’s land” piena di sofferenza.
E come in ogni tradizione orale che si rispetti, non può mancare la musica, realizzata da Andrea Amaducci, che si divide fra il ritmo e il disegno, dando forma grafica alle narrazioni che ascoltiamo.
La testimonianza dell’esilio di Horacio, iniziato quel febbraio del 1974, quando i militanti della Alleanza Anticomunista Argentina, laTripla A, lo hanno “incappucciato e portato via sul sedile posteriore di un’auto”, lo hanno torturato, hanno minacciato la sua famiglia e lo hanno lasciato vicino ai binari di uno scalo ferroviario, si incrocia con quella di Moncef, che parla del teatro come di un momento di liberazione: “nel teatro puoi gridare, immaginate non poter gridare per anni e poi all’improvviso la libertà di farlo”. E ancora, per Moncef come per gli altri attori-detenuti, il teatro è uno strumento per recuperare la propria dignità: “non sei più sui giornali per il reato che hai commesso, ma perché hai fatto qualcosa di positivo”.
Dignità: è “la musica perduta di Horacio”. Più del panico che ti scuote quando minacciano tua moglie e tuo figlio, più del vuoto che senti subito dopo il sibilo del proiettile che ti è passato accanto andandosi a conficcare nel muro dietro di te, “la ferita più grande” che “sarà lì per sempre”, è la privazione della dignità, perché “la tortura è un’esperienza che cambia le persone”: “questa è la terra di nessuno che Horacio si porta dentro”.
Moncef, invece, dentro si porta la letteratura araba: il periodo che lo ha sempre affascinato di più è “il periodo dell’ignoranza”, fatto di “poemi di poeti analfabeti”. Il poema di un meticcio, figlio di un bianco e di una schiava, che chiede alla giovane che ama di non fermarsi al colore della sua pelle, la poesia di un mercante che per vendere seta nera che nessuno voleva si è inventato la storia di una donna velata che faceva innamorare gli uomini di Baghdad solo con lo sguardo, il canto dell’esilio di un poeta arabo siciliano costretto a lasciare la propria terra con l’arrivo dei Normanni.
L’ultimo canto è su quella mano del destino che ha impedito a entrambi di non poter vivere accanto ai propri padri i loro ultimi momenti: “l’annuncio della morte mi ha raggiunto nella terra dell’esilio”.
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