Mer 9 Nov 2016 - 678 visite
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Numero 21

(seconda parte)

Esco di casa.

L’appuntamento podistico di stasera ha un sapore diverso dal solito: abbiamo in sospeso una storia.

Ho iniziato a narrarla a Luca ieri e mi sono dilungato troppo, forse per il piacere di essere ascoltato; fatto sta che un giro della mura non è stato sufficiente a concludere il racconto.

Quando mi vede non facciamo in tempo a salutarci e ad abbracciarci senza smettere di correre (un’arte che si mette a punto solo dopo anni di esperienza) che già mi ricorda il mio impegno:

“Guarda che tu mi devi la fine di un racconto: non ho fatto altro che pensare a Sato, ieri!”.

“Ci credo, è successo lo stesso anche a me. Questa persona, comunque la si veda, ha una sua forza particolare”.

“E quindi?” fa lui mentre al piccolo trotto costeggiamo il montagnone “non perdere tempo, eravamo arrivati a quando vi siete accorti che vi aveva bloccato la porta della stanza”.

E riprendo il filo della storia:

Il resto del pomeriggio trascorse nervoso e indolente, in attesa che arrivasse ora di cena. Sato era scomparso, forse per svolgere effettivamente quei fantomatici lavori alla teleferica, e fummo grati della presenza di un cane che, comparso dal nulla, cominciò a giocare instancabilmente con Camilla, portandole e riportandole all’infinito il bastone che lei gli lanciava. Lasciammo che il tempo trascorresse guardandola giocare con lui, spensierata, e fargli mille coccole.

All’imbrunire rientrammo nel rifugio, sfogliammo svogliatamente (e con grande attenzione a non sgualcire le pagine) qualche libro fotografico sulle Alpi e alle otto in punto Sato riapparve, chiedendoci cosa volessimo per cena.

Consumammo il pasto nella vasta sala vuota in un silenzio opprimente, scambiando poche parole a bassa voce e cercando di convincere una stanchissima Camilla, la cui testa cascava letteralmente sul piatto, a mangiare qualcosa.

Avevamo ormai finito di cenare e ci stavamo già preparando a salire in stanza che Sato uscì dalla cucina e senza chiederci il permesso si sedette al nostro tavolo.

Era davvero difficile accogliere con cordialità la sua presenza, ma ci sforzammo ancora una volta di essere il più possibile socievoli. La conversazione risultava comunque penosa, frammentaria e innaturale.

Quando a un certo punto Sato tacque per un po’ osservando la bambina che era ormai crollata, vinta dal sonno, e che dormiva con la testa appoggiata alle braccia.

“Può dormire TRANQUILLA” disse piano, come per non svegliarla “IO ho pulito il tavolo”.

Mascia sorrise, come se quella rassicurazione igienica fosse davvero importante per lei in quel momento.

“Anche IO ho una figlia” disse. “Si chiama ERICA. Ha 24 anni. Sono MOLTO orgoglioso di MIA figlia. Molto OR-GO-GLIO-SO”.

“Cosa fa?” chiesi io, obbedendo malvolentieri alla richiesta implicitamente compresa nella sua affermazione.

“Si è LAUREATA. A Londra”.

“A Londra?” chiese Mascia.

“A LON-DRA. Sono andato anche IO alla sua laurea a LON-DRA. Ho messo da parte i soldi e sono andato a LON-DRA”.

E tirò fuori dalla tasca un inaspettato smartphone, per mostraci le foto della laurea di sua figlia.

Personalmente ero soltanto stanco e irritato, e desideroso di andare a riposare. Ascoltavo con una attenzione fluttuante quello che diceva.

“La vedo poco. POCO. Io e mia moglie non ci parliamo. NON ci parliamo. PERO’ ieri mi ha TELEFONATO” un sorriso sarcastico gli stirò le labbra “mi ha TELEFONATO e mi ha detto che si è trovata un altro UOMO. Mi ha TELEFONATO”.

Seguì un silenzio sospeso, fatto di rabbia e di incertezza.

Guardò la nostra bambina.

“Io mi ricordo quando ERICA era piccola. La mettevo a nanna IO. La portavo SEMPRE IO a dormire”.

Guardò Mascia.

“Se TU mi concedi QUESTO, sarà per ME… un RESPIRO”.

Camilla continuava a dormire, ignara ed esausta, con la testolina appoggiata alle braccia incrociate sul tavolo.

Io credetti di avere capito male: possibile che quell’uomo, dopo tutto quello che era accaduto quel pomeriggio, avesse davvero il coraggio di avanzare quella richiesta?

Aveva messo a disagio me, impaurito la mia compagna, terrorizzato mia figlia, messo in fuga sei persone, ed ora stava chiedendo che gli affidassimo quanto per noi di più prezioso al mondo, per giocare a fare il padre e ricavare un sollievo momentaneo dalle sue meritatissime disgrazie?

Mascia lo guardò negli occhi.

“Io te lo concedo” rispose con un sorriso; un sorriso serio, se è tollerabile l’ossimoro.

Sato fece gravemente cenno di sì con la testa, si alzò da tavola e si avvicinò a Camilla; scostò quel poco che bastava la sedia per insinuare il suo braccio destro sotto le sue ginocchia e il suo braccio sinistro dietro il suo collo, facendo attenzione a non tirarle la treccia. Si inchinò leggermente, la sollevò con forza e delicatezza e così ci avviammo verso il piano superiore.

Lui precedeva Mascia ed io, contrariato e vigile, chiudevo la fila.

Sato entrò nella stanza, sollevò la bambina fino a portarla all’altezza della sponda superiore del letto a castello, ve la adagiò fra mille precauzioni e le aggiustò il cuscino sotto la testa. Le sfilò con delicatezza le scarpe e le rimboccò con cura la coperta.

Nessuno parlava, non tanto per non svegliare Camilla, ma per non infrangere l’atmosfera che si era improvvisamente creata.

Sato allora si volse verso Mascia, le prese la mano destra fra le sue… e si inginocchiò di fronte a lei.

Rimase così, col capo chino, senza dire nulla, per qualche secondo.

Quindi, in silenzio, si voltò e scese le scale.

Cosa aveva colto Mascia in quella persona?

Come aveva fatto a coglierlo?

Aveva fatto bene a fidarsi?

Era stato giusto farlo?

Avevo fatto bene io a difendere Camilla?

Come si era sentita Mascia quel pomeriggio?

Come si era sentita Camilla?

Come mi ero sentito io?

La mattina dopo, riprendendo il sentiero verso casa, avvertivo il ronzio di tutte queste domande nella mia testa.

Guardavo Mascia, col suo zaino in spalla, e non finivo di stupirmi della sua intelligenza delle persone e delle cose.

Sentivo lo sguardo di Sato su di me, dopo che ci aveva abbracciati sulla porta del rifugio Brigata Osoppo, il SUO rifugio, di cui lui era il GESTORE.

E guardavo Camilla davanti a me, che saltellava felice lungo il sentiero che ci avrebbe riportati a casa, e che era scappata via senza volerlo nemmeno salutare.

Luca lascia passare qualche decina di metri prima di parlare.

“E’ una storia molto bella” dice alla fine “e Mascia ha dimostrato di essere una persona speciale. Ma…”.

“Ma?” faccio io.

“Ma nell’elenco delle domande che ti fai, ne hai dimenticate alcune: quelle relative a Sato”.

“Per esempio?”

“Per esempio: come si era sentito Sato? Perché aveva dato il giro alla serratura della porta? Era stato difficile per lui fare quella richiesta a Mascia?”.

“E’ vero” ammetto “ho omesso il suo punto di vista. E’ difficile mettersi nei panni di chi ci fa stare male, comprendere le sue motivazioni. Ma se riusciamo a farlo, come ha fatto Mascia, questo forse può migliorare la situazione, sua e nostra”.

“La stessa storia potrebbe essere scritta quattro volte, una per ciascuno dei protagonisti: te, Mascia, Camilla e Sato” osserva Luca.

“Come tutte le storie” dico io.

“Come tutte le storie” dice lui.

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