(foto di Alessandro Castaldi)
La maratona di chiusura di Ferrara sotto le Stelle parte con la prima delle tre date italiane dei Wilco che ieri sera hanno piantato le loro radici americane tra i ciottoli di piazza Castello. Quello che ne esce è un concerto caleidoscopico, difficile da definire ma facile da apprezzare per tutti i presenti, un target intergenerazionale che va dai ragazzi con la tracolla alle famiglie col passeggino.
La band di Chicago capitanata dall’enigmatico Jeff Tweedy spazia con disinvoltura tra indie, folk, country, pop, alternative rock e psichedelica. Alterna generali musicali diversissimi tra loro, quasi inconcepibili da leggere su carta, ma lo fa con una grazia tale da risultare sempre coerente con se stesso, riuscendo in una contaminazione che a pochi altri verrebbe naturale.
È proprio questa identità poliedrica che ha reso i Wilco quello che sono: un gruppo che, nonostante gli oltre 20 anni di attività, non ha mai perso la voglia di sperimentare e di continuare la propria ricerca compositiva e sonora senza limiti, senza lasciare nulla al caso, senza stonare mai di una virgola.
Reinventarsi per riscoprirsi: lo fanno i polistrumentisti sul palco, lo fanno gli spettatori che affollano il parterre. Uno scambio reciproco che parte già dalle prime note di More…, la canzone scelta da Tweedy per alzare il sipario sul suo ultimo album Star Wars con tanto di cappello da cowboy.
In scaletta ben 24 brani che ripescano in tutto il loro repertorio, dal recente disco pubblicato nel 2015 dalla propria casa discografica dBpm, fino agli esordi già promettenti di A.M. nel 1995. In mezzo al folk intimo dei primi cd alle atmosfere di puro rock degli ultimi lavori, ci sono le crisi di panico e le dipendenze di Tweedy mostrate, con scariche elettriche quasi schizofreniche, in A Ghost Is Born del 2004.
Un ‘fantasma oscuro’ che si lascia alle spalle in Sky Blue Sky (2006) con un ritorno al al folk-rock delle origini. Ma la voce graffiante del leader è apprezzabile soprattutto in Yankee Hotel Foxtrot, l’album del 2002 che li consacrò a mito, di cui sono state proposte I Am Trying To Break Your Heart, Handshake drugs, Jesus etc, Heavy metal drummer, I’m the man e War on war.
Insomma, con i Wilco c’è l’imbarazzo della scelta. E non sapendo scegliere, si fa un po’ di tutto. Il risultato, manco a dirlo, è eccezionale. Fin dall’opening act proposto da Kurt Vile, cantautore 36enne di Philadelphia, che con i suoi Violators ha scaldato il pubblico fino all’arrivo dei cowboy d’altri tempi.
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