Lun 18 Gen 2016 - 125 visite
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Quelle “Vite senza fine” di un quartiere operaio del 900

Al Teatro Off è andato in scena il primo appuntamento della trilogia “Arrivano dal mare!” scritto e interpretato da Gigio Brunello

vite senza finedi Giorgia Pizzirani

Sabato 16 gennaio a Teatro Off è andato in scena “Vite senza fine”, il primo appuntamento della trilogia “Arrivano dal mare!”, scritto e interpretato da Gigio Brunello per la regia di Gyula Molnàr con sculture di Gigio Brunello, scenofonia di Lorenzo Brutti, musiche originali eseguite da David Boato (tromba), Rosa Brunello (contrabbasso), Marco Ponchiroli (pianoforte).

L’artista veneto mette in scena – e in mostra – tutto il suo amore e l’abilità per la meccanica, ricreando su un lungo tavolo un quartiere operaio in cui sono in cui si snodano luoghi, situazioni, personaggi, storie del secolo scorso, in cui spiccano strumenti dell’epoca analogica semplice ma immediata e, sopra ogni cosa, rimpianta: un proiettore, una pipa, un termometro, un mulino ad acqua, una radio.

Il lavoro di Brunello ricostruisce un quartiere operaio del 900 in cui, tra un sentiero costeggiato da filari di pioppi, caseggiati popolari e una chiesa con campanile, trovano posto la fedifraga infermiera Norma che tradisce il marito invalido Napoli con un suo “paziente”; l’ingegnere che chiede consiglio a Chester sul modo migliore per eliminare la pantegana che infesta il suo cottage di montagna; Guglielmo che cerca spasmodicamente di farsi salire la febbre per evitare il compito di fisica, ma che non inganna il papà postino con l’hobby degli orologi. E ancora la Nonna che scrive la ricetta della Saint-Honorè per la moglie di Armando; l’elettricista Grizzly impegnato nell’aggiustare l’aureola rotta al Santo della canonica finendo per fare innervosire il serafico don Giuseppe; il galeotto che scrive una lettera in cui si racconta con malcelata autoironia.

Ognuno di loro con il proprio mondo di esperienza e di umanità, compresi il bizzoso cane di Armando e la spaurita colombella appena nata, e tutti che si ritrovano in vita per mano del loro creatore. Una officina “Amarcord” in cui si ride e ci si immalinconisce, una pittoresca antologia di Spoon River a mò di casa delle bambole animata dall’artista, in cui emerge tutto il suo amore per il teatro di narrazione. “Io sono un burattinaio” – racconta a fine spettacolo – “e questo è il primo esperimento che conduco fuori dal mio territorio. Sono nato e cresciuto a Mestre al tempo delle lotte operaie, e Porto Marghera era uno straordinario luogo che faceva incontrare mestieri e personaggi incredibili, un campionario di umanità da cui attingere. Che ho riprodotto attraverso le mie sculture, che amo profondamente, perché mi permettono di sottrarmi alla retorica: sono loro che parlano, non io.

Gli oggetti donano infinite possibilità, si avvalgono di un linguaggio che innesca una metafora continua, che consente una narrazione cinematografica e cpermette di creare anche in questo caso un ciclo meccanico, come riassume la frase simbolo dello spettacolo (“L’amor che move il sole e l’altre stelle”).

A questo primo spettacolo seguiranno altre due storie ambientate in epoche diverse – una sui moti del ’48 e il fallimento della repubblica, intitolato “Teste calde”, in scena sabato 13 febbraio, e una su una storia vera di amore e immigrazione, ambientata ai giorni nostri, dal titolo “Lumi dall’alto” (in scena sabato 12 marzo).

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