Gio 14 Gen 2016 - 4031 visite
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L’inferno sono gli altri

L'editoriale di Estense.com. L'antidoto ai commenti razzisti: rispettare il dovere di umanità

12528014_10207030612058282_465893183_n“Nessun bisogno di graticole; l’inferno sono gli altri”. L’inferno sono gli altri. È una delle più celebri frasi di Sartre. È il momento epifanico che nella pièce “Porta chiusa” restituisce al personaggio Garcin la consapevolezza che l’inferno è accanto a sé. Sono le persone chiuse nella stanza, costrette a convivere.

L’inferno è accanto a noi. C’è sempre stato. Basta riconoscerlo. Oggi lo si trova nei commenti razzisti al suicidio di un ragazzo nigeriano di 28 anni. Ieri serpeggiava in mille altri episodi. C’era negli automobilisti che non si sono fermati ad aiutare Said Belamel in agonia. C’era in chi si augurava la morte prematura di Berlusconi, in chi gioiva per la fine di Ingrao o per il malore di Bersani. C’era al confine tra Serbia e Ungheria dove la giornalista Petra Laszlo prendeva a calci i migranti.

Non è questo che deve stupire.

Le frasi rimbalzate dalla stazione di Ferrara in tutta Italia ci sono sempre state. E sempre ci saranno. Oggi le scrivono i frequentatori di un social network. Ieri le si potevano udire nei bar, negli spogliatoi, tra i banchi di scuola, per strada. La differenza è che oggi quelle frasi rimangono leggibili, involontarie testimoni e indirette condanne dei loro autori. E i loro autori sono le persone chiuse in questa stanza di società assieme a noi. Sono i nostri colleghi, i nostri compagni di scuola, di gioco, di ritrovo.

Non ha senso estrarre dal cilindro dell’indignazione la “guerra di civiltà agognata dal Califfo” come ha fatto Gramellini sulla Stampa. “Il seme venefico nei cuori” ha radici molto più lontane. Ed è stato piantato ed è cresciuto accanto a noi.

Quanto andato in scena lo scorso fine settimana non è altro che l’ennesimo remake di un film già visto. Dove i protagonisti sono persone normalissime. È l’ennesima riproposizione della banalità del male descritta da Hannah Arendt. Ad alzare il calice per brindare alla terribile morte di un 28enne è “una persona che sarebbe potuta essere chiunque”. Come, seguendo il ragionamento della filosofa tedesca, “chiunque poteva essere Eichmann, sarebbe bastato essere senza consapevolezza, come lui”.

La prova di un’assenza di consapevolezza in questi carnefici telematici, “la capacità di porsi il problema delle conseguenze e degli impatti delle proprie azioni”, la fornisce una lettera pubblicata dal magazine Ferrara by Night.

La scrive Federico, uno dei ragazzi che avevano commentato l’accaduto. Federico aveva scritto “hanno la pelle dura… si fosse lanciato un bianco sarebbe morto immediatamente”. Il ragazzo di 28 anni a ogni modo lo aveva accontentato morendo più tardi in ospedale.

La replica di Federico sembra una ingenua confessione di questa inconsapevolezza: “ho sicuramente sbagliato nell’usare la sua morte per divulgare il mio pensiero di voler un’Italia con meno extracomunitari. Lo so che ho sbagliato ma non saremmo umani se non sbagliassimo”.

Poi Federico descrive esattamente una persona qualunque, normalissima, quel “chiunque senza consapevolezza”: “Detto questo come io non sapevo niente di lui voi non sapete niente di questo “mostro” e sul perché si sia sfogato in quella maniera, se chi ha guardato il mio profilo si è meravigliato di non trovare niente, tanto che ha scritto che nulla lasciasse intendere ad una personalità in grado di commenti del genere, un motivo ci sarà. Mentre voi tutti eravate intenti a leggere l’articolo, io ero in piazza a Bologna a giocare a scacchi con un senza tetto per allietare il suo pomeriggio”.

Bene, se Federico è una persona qualunque, lasciatemi sperare che quelle parole non possano uscire da qualunque persona.

Tanti abitatori forzati di questa stanza non le direbbero mai. Perché anche se sono costretti a convivere con l’inferno accanto a noi non si sottraggono a un piccolo dovere di umanità. Quello di non essere disumani.

Ma questa parte di società ha un altro dovere. Non stare in silenzio. Conservare la capacità di indignarsi. Indignarsi e far sentire la propria voce. Per surclassare chi gioisce per un suicidio.

Allora sarà una questione di forze in campo. Una maggioranza non più silenziosa contro una minoranza, che ha e avrà una sua ragione di esistere. Ma sarà sempre una minoranza. E magari non si fregerà di lugubri brindisi. O, se qualcuno lo farà, avrà almeno il sensato timore di una massiva riprovazione sociale.

“A che segno si riconoscono i carnefici?” si chiede in “Porta chiusa” Garcin. Gli risponde Ines: “Hanno l’aria di aver paura”.

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