È cominciata ufficialmente la cassa integrazione per i 21 dipendenti del Centro Energia Ferrara, la centrale a metano da 140 Mw all’interno del petrolchimico inaugurata nel 1999 e che ieri (17 luglio) ha ufficialmente chiuso i battenti. Una chiusura che del resto era già nell’aria da tempo, almeno da quando nei mesi scorsi la società ceca Eph ha acquisito la proprietà di tutti gli stabilimenti dell’azienda tedesca Eon, all’interno di un’operazione in cui – come denunciato in aprile dai sindacati Filctem Cgil, Uiltec Uil, Flaei Cisl – non era stato concordato alcun accordo di vertice sul futuro dei 940 dipendenti in italia, 23 dei quali presenti a Ferrara.
Un vuoto occupazionale che non sarà facile ripianare in tempi rapidi, dal momento che per i 21 lavoratori entrati in cassa integrazione straordinaria (che riceveranno l’85% del proprio salario per i prossimi 12 o 18 mesi, a seconda della loro anzianità) non c’è ancora alcuna prospettiva sicura di ricollocamento. L’azienda con sede a Praga ha infatti accolto la richiesta di ricollocare negli altri siti italiani i lavoratori disponibili, uno dei quali ha già accettato il trasferimento a Livorno, ma per i rimanenti le prospettive per una nuova occupazione sono ancora molto incerte.
“Come sindacati abbiamo stretto un accordo unitario con la proprietà per il ricollocamento nelle altre aziende del gruppo – spiega il segretario di Flaei Cisl, Massimo Volpe -, oltre ad aprire un tavolo con il Comune, Unindustria e le società insediate nel petrolchimico per l’inserimento dei lavoratori del Cef. Dobbiamo mantenere viva la speranza e proseguire i contatti con il sindaco e le aziende, anche se difficilmente entro l’estate ci saranno novità su questo fronte”.
La chiusura del Cef del resto era ormai inevitabile: da anni la centrale elettrica lavorava a singhiozzo e solo in casi di una richiesta extra di energia, e oltre ai problemi dovuti alla scarsa resa (150 Mw in confronto ai 900 Mw prodotti dalle centrali Turbogas) si sono aggiunte le liberalizzazioni nel settore energetico che hanno cambiato gli equilibri sul mercato. “La centrale non poteva essere salvata – conferma Volpe -. Lavorava da anni come riserva, quindi di fatto era pagata dall’Authority per l’energia. Nel momento in cui non c’erano più le condizioni per proseguire l’attività la chiusura era ormai certa, visto che queste centrali di vecchia generazione, a livello di costi e di performance, non possono essere competitive con quelle più recenti. Errori della politica locale? Direi di no: purtroppo in tutta Italia manca una visione politica sulla produzione di elettricità”.