Tre rapine in due mesi, sedicenne fermato e collocato in comunità
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La preoccupazione che ornava questo concerto – data uno di Ferrara sotto le stelle 2015 – era tangibile già da tempo. Perché, si sa, Mark Kozelek non è uno di quelli semplici, alla mano. Note sono ormai le esternazioni lapidarie, se non offensive, del cantautore americano a pubblico e stampa, tanto che la notizia di non poter fare foto durante il concerto dei Sun kil moon – trapelata qualche giorno fa e resa dato oggettivo ieri sui cartelli all’ingresso del cortile del Castello estense – non poteva che essere una ovvia conseguenza del personaggio Kozelek. Un personaggio voluto anche dal regista Paolo Sorrentino per il suo ultimo film, Youth.
Cosa aspettarsi quindi da questo concerto? Assolutamente niente. E proprio per questo tutto diventa possibile per Mark Kozelek, che domina la scena come un audace e controllato direttore d’orchestra.
Dal palco più piccolo di Ferrara sotto le stelle, montato nel cortile del Castello e riempito da più di cinquecento persone, Kozelek riesce infatti a dirigere tutti. Controlla i propri componenti – scherzando sul ritmo e sulle velocità date alle sue canzoni – e controlla Neil Halstead, voce e chitarra degli Slowdive, seduto nel suo angolo di palco con la chitarra e nascosto da un cappello col frontino. Quello che più colpisce, però, è come Kozelek riesca a dirigere senza troppe spiegazioni anche il pubblico, silenzioso ma attento allo spettacolo che per due ore riempie Ferrara di un respiro trasversale, in una sorta di racconto che al contempo attrae e respinge.
È un viaggio nello spazio e nel tempo quello che il cantautore fa intraprendere a chi lo ascolta, un percorso fatto di racconti in cui la voce di Mark Kozelek ora fa da guida e ora ci fa perdere. In cui il cantante gioca col pubblico e lo redarguisce, chiede aiuto e crea barriere. C’è tutta la disperazione dei suoi Red House Painters e la maturità ottenuta con i Sun Kil Moon: lui ti prende per mano e il momento dopo ti lascia cadere nel vuoto. L’unica cosa da fare è lasciarsi trasportare, sapendo che si sa da dove si è partiti, ma non si sa dove si verrà catapultati.
Quanto al divieto di fotografare (nonostante le difficoltà nel documentarvi per immagini quel che è stato), c’è da ringraziare Mark Kozelek e compagnia, perché grazie a questo diktat i Sun kil moon hanno insegnato molto al pubblico presente ieri a Ferrara sotto le stelle. Hanno reso possibile l’impossibile: esserci senza apparire. Nel pieno del 2015 hanno ridato a ciascuno dei presenti il lusso di andare a un concerto senza reflex, di ascoltarlo per due ore di fila, di godersi le voci, i suoni e in fondo anche le luci che illuminano le pietre a vista del Castello estense. Nessuna immagine da immortalare, nessuna barriera: solo quattro musicisti e la loro musica. Non so se fossero questi gli intenti del difficile Kozelek, ma ieri i Sun kil moon hanno regalato non solo ottime storie, ma anche una grande lezione: al diavolo lo smartphone, al diavolo! Un viaggio che sia un vero viaggio ha più senso fotografarlo con il cuore, un po’ di viscere e quella parte buona che ancora rimane del nostro cervello.
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