I quattro agenti di polizia condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi “seguirono diligentemente il protocollo“. Parola di Gianni Tonelli, segretario del Sap che considera tutt’altro che chiusa la vicenda giudiziaria culminata con la condanna definitiva dei quattro poliziotti coinvolti (Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani e Monica Segatto), per i quali nelle ultime settimane è giunta anche la conferma del risarcimento dal 560mila euro da versare al Ministero dell’Interno per compensarne il danno erariale e di immagine.
Tonelli infatti difende strenuamente l’operato dei quattro agenti, puntando sia alla revisione del processo contabile sia – ma questo punto è ancora in fase di valutazione – di quello penale, dopo il quale per effetto dell’indulto gli agenti scontarono 12 dei 42 mesi di carcerazione prima di rientrare in servizio. E per argomentare la propria tesi il segretario del Sap ha mostrato un video che spiega le manovre di addestramento per una “perquisizione ventre a terra con ammanettamento” così come sono riportate nel manuale di addestramento della polizia: leva con il braccio e ginocchia sulla schiena. “Se c’è una responsabilità non è loro [dei quattro agenti, ndr], ma di chi ha scritto le procedure a cui loro si sono attenuti“, afferma Tonelli, per poi affermare che “se ci fossero state procedure differenti forse non saremmo qui“.
Una ‘linea difensiva’ che in sostanza mette nel mirino le procedure stesse in uso dalle forze dell’ordine, considerate potenzialmente pericolose o addirittura fatali. Senza evidentemente considerare i passaggi più ‘scomodi’ delle motivazioni alle varie sentenze (primo, secondo e terzo grado), che parlano espressamente (citiamo la Cassazione) di “palese e manifesto eccesso dei limiti del legittimo intervento di polizia, accertato dalla incontestabile superiorità numerica, nelle ripetute e prolungate percosse con il ricorso all’uso di manganelli — due dei quali spezzati per l’abnormità dell’intervento — e nella prosecuzione della colluttazione anche dopo l’immobilizzazione a terra del giovane, collocato in posizione prona”, oltre che di “omissione delle prime cure urgenti in favore e nell’interesse del giovane, nonostante la invocazione di aiuto proveniente dal medesimo con l’invito espresso a cessare dall’aggressione, e nella prosecuzione della colluttazione della vittima in posizione prona, la quale lo ha reso agonizzante per le difficoltà respiratorie”.
Passaggi che ovviamente non possono passare in secondo piano per Patrizia Moretti, madre del giovane ucciso, che in un tweet pubblicato in mattinata afferma: “Il Sap cerca la scusa dei corsi di formazione: la verità è che su Aldro fu violenza e menzogna, non ci sono revisioni di comodo”.
E le parole della madre di Aldrovandi trovano supporto ‘tecnico’ anche in quelle del suo legale Fabio Anselmo, che tocca anche il tema del reato di tortura per il quale l’Italia è stata proprio ieri sanzionata dalla Corte di Strasburgo in merito ai fatti del G8 a Genova. Citando la sentenza della Corte dei Conti, l’avvocato afferma che il comportamento degli agenti fu “gravemente anti doveroso incontestabilmente e inequivocabilmente gravemente contrario ai propri doveri d’ufficio” e parla della “palese discordanza tra modello comportamentale a cui fare riferimento e quello concreto adottato dagli agenti di polizia che avrebbe necessitato maggiore auto controllo e maggior ponderazione degli elementi causali presenti e maggiore capacità di adottare la migliore e meno dannosa soluzione comportamentale, con condotte (citando la corte di Cassazione) specificatamente incaute e drammaticamente lesive”. Condotte individuate “da un lato da una serie di colpi sferrati contro il giovane, dall’altro nelle modalità di immobilizzazione del ragazzo accompagnate dalla protratta pressione esercitata sul suo tronco”. Anselmo cita poi “le condotte (parole richiamate ancora dalla Cassazione penale) poste in essere dagli agenti di polizia, come accertate dai giudici di merito, in riferimento alla specifica situazione in cui versava Federico Aldrovandi nel momento in cui incontrò i quattro pubblici funzionari all’alba del 25 settembre del 2005, evidenziano allora che gli agenti non agirono affatto perché costretti dalla necessità di difendere un proprio diritto” e si sofferma sui due manganelli rotti e sulle 54 lesioni riscontrate sul ragazzo “ciascuna – scrivevano i giudici – suscettibile di autonomo procedimento penale”.
“Lo stesso condannato Pontani – è l’amara conclusione di Anselmo – in una telefonata con la centrale operativa agli atti parla in termini ‘l’abbiamo bastonato di brutto per mezz’ora‘. Non v’è dubbio alcuno che proprio ai sensi della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di cui oggi si parla, quegli atti e comportamenti avrebbero un nome solo a loro definizione: tortura”.