Lun 3 Nov 2014 - 450 visite
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La realtà secondo scienza e fede

Dialogo tra il vescovo Luigi Negri e il fisico Lucio Rossi

negri1-420x314Le persone (tante: centosessanta, di giovedì sera) che hanno assistito al confronto fra l’arcivescovo Luigi Negri e Lucio Rossi (associato di Fisica sperimentale a Milano ma soprattutto project leader del Cern, incontro intitolato ‘Che cos’è la realtà? Come conoscerla?’, hanno probabilmente percepito una forte distanza tra i mondi rappresentati dai due relatori. Non perché si siano contraddetti, né perché provengano da due mondi necessariamente contrapposti (anzi: Rossi spesso interviene sul periodico cattolico La nuova bussola quotidiana), quanto piuttosto perché è sembrato – davvero – che parlassero di qualcosa di diverso uno dall’altro.

“Noi cerchiamo di produrre una certezza – ha detto il fisico parlando in particolare del suo lavoro al Cern – perché in questo marasma vengono dalla scienza per chiederle che dica come stanno le cose. E la scienza le risposte le trova, anche se sono risposte che lasciano sempre uno spazio di libertà”. I fisici da una parte, gli astronomi dall’altra vanno rispettivamente “verso l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande. Convergiamo nel capire l’origine della realtà, anche se io trovo più interessante saperne la destinazione, una domanda che la fisica quasi non si pone”. Comunque, se a lui chiedono che cos’è la realtà, “una risposta ce l’ho: è fatta da dodici mattoni, distinti in quark e leptoni, e da quattro forze. Noi insomma sappiamo da cos’è fatto il mondo, anche se questo origina da altre domande: perché le particelle elementari sono dodici? E come mai hanno massa così diversa? Senza dimenticare che non sappiamo cosa sia, la massa”. Sappiamo anche che da circa cinque miliardi di anni l’Universo (che ne ha poco meno di tredici) “sta accelerando per via di quella che chiamiamo energia oscura. Oscura semplicemente perché non la conosciamo”. E ovviamente “non basta la realtà – ha detto ancora Rossi – perché la conoscenza è l’atto in cui la realtà e l’autocoscienza si incontrano”.

L’arcivescovo dal canto suo ha colto l’occasione per ribadire uno dei temi che gli stanno più chiari: la convinzione che la filosofia moderna, all’incirca da Kant in avanti (ma la scienza non sarebbe da meno), si stia sforzando di compiere una adaequatio rem ad intellctum, un adeguamento della realtà al soggetto. E questo, “ovviamente, non va bene”.

Si pensa “che l’oggetto esista perché deve essere adeguato al soggetto – ha detto dunque Negri -, un soggetto che conosce, possiede e manipola tutto ciò che non è se stesso. Eppure, nel cuore dell’uomo si accende un ‘ma’, un ‘non è così’. Questa riduzione al soggetto è un’illusione di possedere, ma possedere cosa? Una realtà che può essere usata contro di lui: l’obiettivo deve essere raggiunto al costo di rivolgere l’uomo contro se stesso, un’impostazione che ha rivelato l’inconsistenza umana” ha proseguito, su una linea di pensiero che ricorda alquanto quella che Horkheimer e Adorno sostenevano già nel 1944 in Dialettica dell’illuminismo.

Al contrario, secondo l’Arcivescovo, “l’uomo di cultura è a contatto con un’alterità, non con oggetti. La realtà è una presenza, che l’uomo non può pensare di possedere ma in cui entra con il senso del proprio limite. La conoscenza dunque è un incontro: il Papa ha detto una cosa importante perdendo l’occasione di farla sapere a tutti – ha bacchettato – visto che l’ha detta a Scalfari, che non merita gli si dicano cose intelligenti. Il Papa ha detto che la realtà è un incontro in cui la personalità si arricchisce, ed immagine di questo incontro è l’amore tra uomo e donna. La natura dunque è segno di Dio, come lo è l’uomo: dovunque il guardo giro, immenso Dio, ti vedo, scriveva Pietro Metastasio”.

Due sono dunque i paletti che Negri ha voluto indicare, due “gli aspetti con cui qualsiasi conoscenza umana deve fare i conti per non essere inutile e dannosa. La prima è che ogni ricerca si iscriva nella ricerca delle ricerche, quella del senso ultimo della vita, perché la ricerca sulla realtà è per comprendere se stessi. Sono io che mi tiro dietro l’universo, altrimenti sarebbe un cimitero. La seconda è che la conoscenza è umana se sottosta al destino, se ci fa capire qual è il destino che dobbiamo conoscere e attuare. E dunque, la conoscenza della realtà, se avviene adeguatamente, è fonte di pace, non perché neghi le differenza ma perché le valorizza. Ha una radice teorica e una destinazione etica, è sbagliata se non è per l’uomo”.

Alla fine chi è uscito ha rischiato di restare con un dubbio: ma allora che cos’è la realtà?

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