Ven 24 Ott 2014 - 1750 visite
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Mirror, scontri tra polizia e manifestanti

La polizia sgombera il presidio dei lavoratori esclusi dall'appalto, che impedivano l'accesso ai dipendenti

(foto di Alessandro Castaldi)

Sant’Agostino. Sale la tensione alla Mirror di Sant’Agostino, dove continua il presidio dei 14 facchini esclusi dall’azienda dopo il cambio di appalto e dove ieri mattina si sono registrati anche scontri tra polizia e manifestanti (lavoratori appoggiati da Cobas e centri sociali), che avevano impedito ai dipendenti dell’azienda di entrare e uscire dallo stabilimento al termine dei turni di lavoro. Una tensione salita alle stelle e che ha raggiunto l’apice attorno alle 10, quando la polizia è intervenuta per sgombrare il presidio e permettere l’accesso dei lavoratori alla fabbrica. Ne è nato uno scontro diretto con i manifestanti, finito con il lancio di una tavola di legno da parte dei manifestanti, ‘arginati’ dalla polizia dietro le transenne. Fino a quando l’accesso allo stabilimento è tornato alla normalità e i manifestanti si sono preparati alla conferenza stampa davanti ai cancelli dell’azienda.

In tale occasione hanno preso la parola alcuni delegati – “entrambi italiani”, come hanno rimarcato loro stessi – Cobas delle aziende Camst e Arcese. “Quello che accade in questa azienda non è un caso unico ma un problema che esiste in tutti i magazzini della logistica in Italia – afferma un delegato della Camst-Bologna Interporto -. Spesso i lavoratori vengono sfruttati, non viene applicato il contratto collettivo nazionale e non vengono applicate le norme di sicurezza. Tutto questo – accusa – per incentivare la produzione e incentivare i guadagni di questi signori che si spacciano per il bene del Paese”. Non meno duro è il delegato della Arcese: “Noi abbiamo un 50% di italiani e gli sfruttamenti sono gli stessi. Addirittura da noi le cooperative hanno la libertà di mettere una legge interna e abbiamo una forma di premiazione che se lavori bene, se non lavori vai sotto con gli incentivi e c’è addirittura una clausola interna della cooperativa che dice che se l’incentivo annuo è inferiore a mille euro c’è il diritto di licenziamento. L’incentivo – precisa il delegato – va in negativo anche se si va in malattia, infortunio e ferie”.

Il tutto, ricordiamo, ha avuto inizio per la richiesta dei lavoratori di rispettare l’accordo, scaduto il 30 settembre, che avrebbe dovuto portare alla loro riassunzione dopo il cambio di appalto operato dalla Mirror. E dopo l’ultimo incontro in prefettura di venerdì scorso hanno deciso di tornare a presidiare i cancelli da lunedì mattina all’alba. Nel frattempo la Mirror – dopo aver incassato anche la solidarietà del leader leghista Matteo Salvini – non ha arretrato di un millimetro dalle proprie posizioni. “È ripresa l’occupazione alla Mirror – si leggeva alle 6 di mattina sulla pagina Facebook ufficiale dell’azienda -. Giù dal letto, si parte a difendere ancora una volta la nostra fabbrica”. Un post a cui ne seguiva, pochi minuti dopo uno ancora più esplicito nella condanna verso i manifestanti: “All’interno dello stabilimento vi sono i dodici operai del turno della notte. È stata data loro la possibilità di uscire, ma molti di loro sono spaventati, hanno paura di attraversare il gruppo di “terroristi” e hanno preferito rimanere dentro tutti insieme. Un incubo”.

La situazione si è sbloccata attorno alle 10, con l’arrivo di due automezzi blindati e l’intervento delle forze speciali della polizia. Tra i manifestanti anche Eleonora del “Laboratorio Crash” di Bologna, che riferisce di aver assistito anche a qualche manganellata da parte degli agenti sui manifestanti. Uno “sgombero piuttosto brutale” secondo l’attivista, in particolare dopo che i manifestanti si sono spostati dalla zona del picchetto alle carreggiate della strada, dove hanno impedito l’accesso ai camion nello stabilimento. La protesta si è quindi spostata presso i cancelli delle Ceramiche Sant’Agostino, dove i manifestanti hanno formato un corteo per spiegare ai lavoratori in zona la situazione dello stabilimento Mirror.

“Quante di queste notizie sconfortanti abbiamo già visto e quante ne dobbiamo vedere ancora prima di avere finalmente il reddito di cittadinanza in Italia, che eviterebbe questi scontri sociali?” – dichiara Giulia Gibertoni, candidata presidente alla Regione Emilia Romagna per il Movimento 5 Stelle, intervenuta sulla vicenda -. Di queste situazioni limite ce ne saranno ogni giorno di più se lasciamo fare al Pd e alla sua visione del lavoro che tramite il Jobs Act promuove la libertà di licenziare, l’abbandono di ogni forma di tutela per i nuovi assunti, il demansionamento facile, una flessibilità esasperata, niente soldi per i sussidi, l’indebolimento dei centri per l’impiego a favore di agenzie interinali private e l’abbandono a se stessi di professionisti e artigiani con partita Iva. Questa spinta del Pd verso il precariato selvaggio – attacca ancora la candidata grillina – va contrastata subito con politiche forti e l’approvazione del reddito di cittadinanza, snellimento delle pratiche burocratiche per le assunzioni, investimenti adeguati agli standard europei, taglio dell’Irap sostegno alla ricerca e all’innovazione, aiuti agli autonomi e alle Pmi”. “Una regione a 5 Stelle favorisce trasparenza e accessibilità di tutti i fondi di finanziamento europei e nazionali, gestiti a livello regionale, l’aumento dei fondi di garanzia regionali e l’accesso al credito, il contrasto alla delocalizzazione e gli incentivi a nuovi insediamenti imprenditoriali, il collegamento tra esigenze reali delle imprese, formazione vera e non fittizia e domanda di lavoro – propone la Gibertoni che conclude – solo così riapriamo insieme in questa regione il senso del futuro”.

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