Ven 3 Ott 2014 - 279 visite
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Nello Spazio per capire meglio la Ccsvi

Presentato a Roma nella sede dell’Asi il progetto Drain Brain

zamboni spazioQuantificare il ritorno venoso cerebrale in condizioni straordinarie (assenza di gravità) e validare strumenti diagnostici che rappresentano una novità assoluta, e che, una volta “atterrati in ambulatorio” potranno essere utilissimi per le persone malate di insufficienza venosa cronica cerebrospinale (Ccsvi, la patologia venosa scoperta da Paolo Zamboni, dell’Università di Ferrara) ma anche per pazienti cardiopatici: consisterà in questo “Drain Brain”, uno degli esperimenti scientifici che l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti compirà nell’ambito della missione futura dell’Agenzia Spaziale Italiana a bordo della Stazione Spaziale internazionale (Iss), presentati oggi a Roma nella sede dell’Asi. La missione, per la quale Cristoforetti partirà il 23 novembre da Baykonur (Kazhakhstan) a bordo della navetta russa Soyuz, durerà sei mesi.

Zamboni ha scoperto sette anni fa la Ccsvi (il sangue non defluisce adeguatamente dal cervello al cuore a causa di malformazioni varie alle giugulari e alla vena dorsale azygos), e assieme al suo team ha individuato in questa patologia venosa una possibile concausa di alcune malattie neurodegenrative come la sclerosi multipla. Brain Drain vuole comprendere meglio la fisiologia del cervello. Poiché sulla terra la forza di gravità è uno dei meccanismi principali che riporta il sangue dal cervello al cuore, l’assenza di gravità è condizione ideale per meglio comprendere i fenomeni di adattamento fisiologico e identificare possibili variazioni cronobiologiche del flusso sanguigno.

Con Brain Drain (il cui project manager è Angelo Taibi, dipartimento fisica e scienza della terra università di Ferrara) sono state proposte due novità assolute in tema diagnostico: il pletismografo (collare pletismografico), un dispositivo assolutamente non invasivo e non operatore-dipendente, e la stesura di un tracciato giugulare sincronizzato con l’elettrocardiogramma, “per derivare non invasivamente la pulsatilità giugulare e caratterizzare la funzione cardiaca” .
Un risultato difficile finalmente realizzato “che – ha sottolineato Zamboni, responsabile del progetto per l’Asi e la Nasa – potrà essere riprodotto, e che potrà diventare il ‘gold standard’ per la diagnosi di Ccsvi”. Non invasivo, non operatore-dipendente, sarà utile per capire se il ritorno venoso è ostacolato e irregolare. “Non solo – ha aggiunto – così saranno possibili esami più rapidi e più obiettivi, che potranno essere utilizzabili anche per le cardiopatie, in particolare quelle con aritmie e scompenso”.

Gli esperimenti scientifici selezionali dall’Asi sono stati scelti “in quanto straordinariamente importanti e potenzialmente decisivi”, ha sottolineato il presidente dell’Asi Roberto Battiston, “e per questo rappresentano la nostra sfida: stimolare la loro riproducibilità dei loro preziosi risultati, con l’obiettivo di tradurli in miglioramenti della quotidianità delle persone”.

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