Gio 21 Ago 2014 - 896 visite
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Negri: “Esodo cristiani come la Shoah”

Il vescovo contro “la volontà di dialogo a ogni costo che deprime la verità”

IMGP7494 (640x429)La cacciata e la persecuzione dei cristiani in Iraq come quella degli ebrei sotto il nazismo. È il paragone che lancia il vescovo di Ferrara Luigi Negri dalle colonne de “Il Giornale”, in un editoriale in cui addossa al solo mondo islamico “la responsabilità storica” degli eventi in quella parte di Medio Oriente.

È un fatto enorme – è l’incipit dell’intervento del monsignore – questo gigantesco esodo in massa di cristiani espulsi dai luoghi dove da millenni era radicata la presenza cristiana, esclusivamente perché cristiani. Quindi per quello che la tradizione cattolica chiama l’odio della fede. E questo deve essere detto esplicitamente: non sono soltanto buttati fuori dalle loro case, privati di tutti i loro beni, privati di tutti i loro diritti e quindi della possibilità di sussistenza; ma la ragione di tutto questo è la fede”.

Questo fatto i cristiani, la Chiesa, “non possono non sentirlo come un evento terribile e insieme grandioso, perché è l’evento del martirio”. A questo punto il vescovo azzarda un paragone che a molti potrà sembrare quantomeno azzardato: “Non si capisce perché alcune cose (sic) vengano chiamate Shoah e per queste non venga usato lo stesso termine, che dice di una spaventosa e dissennata ideologica violenza contro l’altro semplicemente perché ha una posizione religiosa diversa dalla propria”.

“Shoah” – è cosa nota begli ultimi 50 anni – è il termine utilizzato per indicare lo sterminio degli ebrei sotto la Germania hitleriana, un olocausto unico nel suo genere per le caratteristiche di coordinamento amministrativo e connessioni economiche messe in piedi dal Terzo Reich. Una intera burocrazia statale asservita allo sterminio scientifico di un popolo. Il risultato furono 15 milioni di morti.

Ma Negri lascia da parte la storia e cita un recente intervento del cardinale Koch. che “ha insistito su un aspetto che non è sempre in primo piano negli interventi del mondo cattoliche. Il problema è che c’è una grande difficoltà a una denuncia esplicita”. Per il prelato estense “i responsabili di questi spaventosi avvenimenti hanno nomi e cognomi espliciti, e non soltanto quelli degli ultimi, degli epigoni di questa vicenda di criminalità ideologica. Ma c’è una tradizione che risale lungo i secoli della presenza islamica nel Medio Oriente e in Europa”.

Da qui Negri parte per tracciare una linea di demarcazione tra Occidente e Islam: “Certamente noi occidentali, in particolare noi cristiani di questo Occidente, rischiamo di non affrontare la realtà secondo tutti i suoi fattori. Soprattutto cerchiamo di nascondere o quantomeno di ridurre l’impatto con questo mondo islamico che, ci piaccia o no, ha la responsabilità storica di questi eventi oggi come lungo i secoli che hanno preceduto questo ultimo”.

E se l’intervento da una parte omette di ricordare gli interventi delle grandi potenze occidentali in varie fasi della democratizzazione del medio oriente e i grossi interessi economici, specie petroliferi, mai nascosti sull’area da parte dei paesi colonialisti, dall’altra bacchetta la (a suo modo di vedere) tropo diplomatica strategia dell’Europa: “Forse c’è una prevalenza della volontà di dialogo a ogni costo che deprime la verità. E un dialogo senza la verità o che non parta dalla verità non è un dialogo: è un compromesso, è una connivenza, è un’ignavia”.

Negri definisce poi quello che sta avvenendo tra Siria e Iraq una “terribile minaccia che incombe sull’Occidente”: “Ci nascondiamo o rischiamo di nasconderci di fronte a questa terribile minaccia che incombe sull’Occidente, e non solo sull’Occidente, facendo un po’ quello che hanno fatto le cosiddette democrazie liberali borghesi nei confronti della terribile vicenda hitleriana, nei tempi immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale”.

Non avere il coraggio di questa denuncia – questo il suo ragionamento finale – è esattamente nella misura della debolezza della fede. Il resto finisce per essere solo un vaniloquio. La Chiesa non ha bisogno di vaniloqui e, per quanto mi risulta, neanche Dio”.

 

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