Cento
21 Maggio 2014
La difesa: "Non poteva accorgersene: nessuno si ammalerebbe se i dottori potessero prevedere le malattie"

Neonato ucciso da meningite, l’infermiera racconta cosa accadde

di Ruggero Veronese | 2 min

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admin-ajax-917 (1)Cento. Sarà questione di poche settimane per il verdetto del processo per omicidio colposo che vede imputata un’infermiera triagista dell’ospedale Santissima Annunziata di Cento. Una storia che si trascina dall’ottobre del 2009, quando un bambino nato da appena due giorni perse la vita a causa di una meningite: una morte che secondo la procura sarebbe potuta essere evitata, se il personale dell’ospedale si fosse accorto della situazione e avesse indirizzato i genitori nella struttura più adeguata. A essere rinviata a giudizio fu solo l’infermiera che fornì alla coppia le prime indicazioni, che secondo l’accusa potrebbero aver causato il ritardo fatale al neonato: quando i suoi genitori giunsero all’ospedale Bentivoglio di Bologna era già troppo tardi per salvarlo.

Un accusa rigettata in toto dall’avvocato Giani Ricciuti, difensore della triagista, che nel corso delle udienze non ha mai arretrato dalla propria tesi: non essendo presente un pronto soccorso pediatrico, era normale che l’infermiera indirizzasse i genitori al reparto ostetrico. E per di più, non essendo disponibili ambulanze al momento dell’episodio, il fatto che medici e infermieri abbiano consigliato alla coppia di recarsi autonomamente all’ospedale Bentivoglio avrebbe addirittura fatto risparmiare del tempo nella – purtroppo vana – corsa per salvare la vita del bambino.

A contestare questa linea è anche la famiglia di origine bengalese vittima della grave perdita, costituitasi parte civile, che assieme alla procura ha chiesto un supplemento della consulenza epidemiologica per appurare cosa sarebbe sarebbe accaduto se il neonato avesse assunto gli antibiotici. Una richiesta respinta dal giudice Attinà, che ha accolto la linea di Ricciuti secondo cui il vero nodo da sciogliere è ‘a monte’ di queste questioni: “Non servono questi accertamenti, perché prima di somministrare i farmaci il personale si sarebbe dovuto accorgere della malattia. Se tutti i medici e gli infermieri potessero prevederle non si ammalerebbe più nessuno, ma dagli elementi di cui disponeva quel momento, l’infermiera non avrebbero mai potuto accorgersi di quanto stava accadendo”.

E a raccontare la propria versione dei fatti è stata la stessa imputata, che durante l’esame ha risposto alle domande di pm e avvocati. La donna ha affermato di aver fermato personalmente la coppia con il neonato in braccio, mentre i due a gesti – non conoscendo ancora bene la lingua – indicavano il piano superiore, dove è situato il reparto ostetrico. Con una telefonata scoprì che la madre era effettivamente appena stata dimessa dopo il parto e indicò ai due genitori la strada da percorrere per raggiungere il reparto. Da allora non li vide più, e non fu lei a suggerir loro di recarsi all’ospedale di Bologna per una consulenza più specializzata.

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