Cronaca
14 Maggio 2014
L'imputata non si era più recata al lavoro dopo lo choccante sms. Ma era solo una messinscena

Annuncia la morte del figlio per truffare la ditta

di Ruggero Veronese | 4 min

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admin-ajax (7)Annunciare la morte del figlio – in realtà perfettamente in salute – per non dover andare al lavoro e rispondere alle proprie inadempienze. Arrivando addirittura a utilizzare questa macabra scusa per appropriarsi indisturbata dei prodotti dell’azienda. È una storia che ha dell’incredibile quella di cui si è trattato nelle ultime ore nelle aule del tribunale. Dove una donna ferrarese, Stefania De Boni, è stata condannata per truffa e appropriazione indebita aggravata, a causa della assurda messa in scena che organizzò nel maggio del 2011.

La De Boni svolgeva mansioni commerciali per una ditta ferrarese specializzata in impianti di sorveglianza, la Zima Srl. Sono circa tre mesi che la donna lavora e tutto sembra filare per il verso giusto: ha fatto firmare diversi contatti e porta in sede gli acconti, per poi prendere alcuni sistemi di allarme dai magazzini e consegnarli ai nuovi clienti.

È verso la fine di maggio che accade l’inverosimile, quando i sui superiori le chiedono il saldo completo delle vendite. La De Boni tranquillizza l’azienda dichiarando che nei giorni successivi avrebbe ottenuto tutti gli incassi, ma la mattina seguente non si presenta al lavoro. I colleghi provano senza successo a contattarla telefonicamente fino a quando, qualche ora dopo, ricevono un messaggio drammatico e carico di preoccupazione. La donna spiega di essere all’ospedale Sant’Orsola di Bologna dove il figlio (di circa 8 anni) è ricoverato per un grave trauma cranico, dopo essere scivolato e aver sbattuto la testa nella piscina di via Bacchelli. I responsabili dell’azienda cercano di confortarla, le scrivono di prendersi tutto il tempo necessario e di tenerli aggiornati sulla situazione. Il figlio in realtà era a casa, in perfetta salute e ignaro di quanto stava raccontando la madre.

Ma se già questa poteva sembrare una scusa di cattivo gusto, il peggio doveva ancora venire, perché l’sms del giorno successivo lascerà i colleghi letteralmente di stucco. La De Boni scrive che il figlio “non ce l’ha fatta”: è morto in seguito alla tremenda caduta in piscina. I dirigenti cercano di confortarla come possono via messaggio, le dicono di non pensare agli impegni professionali e di far sapere ai colleghi la data dei funerali. Lei risponde di “non vedere l’ora” di tornare al lavoro “per lasciarmi tutta questa storia alle spalle”.

Qualche tempo dopo la donna non si è ancora fatta viva e l’azienda comincia a nutrire sospetti sul suo racconto. Le indagini dell’avvocato Luca Morassutto, contattato dalla Zima per fare chiarezza sui fatti, rivelano che a fine maggio non era avvenuto alcun incidente nella piscina. E soprattutto che nei dati dell’anagrafe non vi era traccia della morte del figlio della dipendente. I sospetti si trasformano in certezza e in poco tempo crolla tutto il castello di carta messo in piedi dalla De Boni. Le sorprese infatti non sono finite qui: le indagini rivelano che i clienti contattati dalla donna avevano già saldato i loro conti, consegnandole contanti o assegni mai arrivati nella sede della società. Viene allo scoperto anche un cliente ‘ignaro’ del proprio acquisto, un conoscente della De Boni a cui questa aveva intestato un contratto, sostituendone il codice fiscale e falsificando la firma, per poi tenere per sé la merce. A che pro? Per cercare di venderla autonomamente. Viene infatti a galla anche un falso sito della Zima, sconosciuto alla società, in cui comparivano contatti telefonici vicini all’ambiente della donna.

Una serie di fatti ormai comprovati e che sono valsi alla donna una condanna in rito abbreviato a 8 mesi e 4mila euro di multa, con una sospensione della pena condizionata al pagamento del danno procurato all’azienda (circa 6mila euro tra merci sottratte e spese legali). Anche se viene il dubbio che la ‘pena’ maggiore sia quella che la De Boni sconterà tra le mura domestiche, quando dovrà spiegare al figlio il perchè della sua condanna. “Si tratta di una vicenda che fa riflettere non tanto per gli importi – afferma l’avvocato Morassutto, legale come parte civile della Zima -, ma per le tecniche usate. Lascia esterrefatti il ricorso ai messaggi per annunciare la morte del figlio e l’utilizzo dei dati falsificati di un conoscente. Sicuramente senza il ricorso al rito abbreviato avremmo potuto immaginare una condanna assai maggiore. Ora il mio compito sarà quello di vigilare sull’adempimento delle condizioni per la sospensione della pena”.

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