Ven 25 Apr 2014 - 1209 visite
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Il Grillo mente pesantemente

Riletto e pensato a mente fredda, il post di Beppe Grillo “Se questo è un Paese”, con la parafrasi dei versi di Primo Levi illustrata da un fotoshop dell’ingresso del lager di Auschwitz (su estense.com se n’è parlato grazie a → una lettera di Laura Rossi), risulta ancora più indegno di quanto potesse apparire in prima battuta. Per almeno quattro ragioni (commentate solo dopo averle lette, grazie).

La politica dei riflussi esofagei beppegrillo

Come in altri casi, si allude a temi cari alla peggiore feccia, si ammicca ai suoi (della feccia) argomenti, gli si indica il blog come una casa aperta in cui entrare e lasciare messaggi – i semiti, la lobby giudea, i potentati ebraici, non conosco Levi e trovo i suoi temi deprimenti, ebreo=sionista, robe così. Ai fasciorazzisti non par vero di poter vomitare la loro bile in libertà, e il blog si riempie dei loro riflussi esofagei. Poi, il giorno dopo, passa qualcuno a fare un’ipocrita pulizia ex post: intanto si è dato ad intendere all’elettorato fascio-razzista, i cui voti sono in libera uscita alle europee, che per loro da Beppe Grillo c’è sempre posto. Il “problema politico dell’elettorato di estrema destra in libertà” lo aveva posto a suo tempo già Bettino Craxi, a proposito di “nuovo che avanza” – ma tant’è…
E, a seguire, la retorica dell’antipartitocrazia dei commentatori che intervengono dai quattro angoli d’Italia, con commenti sempre uguali, neanche li copincollassero o li ricevessero già pronti per l’uso, con equazioni tipo “chi è contro di noi è del PD, della Ka$ta, della P2”: dimenticando che nel programma del M5S ci sono (sviste? infiltrazioni? mah…) proposte coincidenti col Piano di Rinascita Democratica – dall’abolizione del valore legale del titolo di studio all’integrazione università/azienda, dalla fine del bicameralismo alla riduzione del numero dei parlamentari, dall’abolizione delle provincie al ridimensionamento della televisione pubblica e alla fine dei contributi pubblici alla stampa – di cui quelli che gridano P2 a tonsille dispiegate non sono, ipotizzo, consapevoli.
Ma i contenuti, nella politica delle urla, degli sputi e dei vaffa, chi li considera più?

Il pelo sullo stomaco

È una questione di limiti: ci sono confini che vanno superati perché il tempo li ha consunti, muri che vanno abbattuti perché costruiti in nome e al servizio dell’ingiustizia, barriere che vanno oltrepassate perché esistono solo nella nostra mente. Ma ci solo anche limiti che non vanno superati, e la Shoah è uno di questi. Non l’unico, ma uno di questi. Perché superare un limite fa perdere di vista la ragione per cui quel limite esiste, e a volte – non solo con la Shoah, ma anche con la Shoah – ciò coincide col male. All’estremo, col male assoluto. Basta prendere in considerazione il rapporto con la natura: l’idea che tutto ciò che la tecnica ha reso fattibile sia lecito per la semplice ragione che lo posso fare – il superamento della natura come limite dell’uomo – ha prodotto la forma mentale dell’onnipotenza dell’essere umano, e del diritto di fare all’altro, al diverso da me, quello che faccio agli oggetti naturali. E quindi piegare, asservire, sino all’orrore, l’altro, il diverso, con la stessa liceità con cui, guardando un albero, non vedo altro che una fattibile scrivania o legnaia (salvo ricordarmi dell’albero che non c’è più quando il fiume esonda).
Deformare l’orrore, manipolarlo con i giochi di parole, le parafrasi, → le barzellette desensibilizza, deresponsabilizza. E non solo rispetto alla tragedia degli ebrei: Primo Levi considerava Auschwitz una tragedia umana, non solo giudaica, perché ognuno è l’ebreo di qualcun altro, diceva (e criticava sia lo Stato che il governo d’Israele).
Chiedetevi: se possono giocare con le parole quando si parla di Auschwitz, cosa potranno fare con argomenti meno tragici, ma che hanno a che fare con la gestione della cosa pubblica?
Guardate che non c’è bisogno di andare tanto lontano, basta rimanere in città e ricordare che una carriera politica “postfascista”, costruita partendo da un uso a dir poco “disinvolto” (absit invidia verbo) delle parole per deformare i fatti e minimizzare le leggi razziali, è terminata con un vorticoso «slalom tra gli articoli del codice» (secondo il giudizio politico del senatore Li Gotti) – «tutelare le prerogative del Parlamento» in nome del «principio della leale collaborazione fra poteri dello Stato» – che è stato giudicato come «una serie di bestemmie giuridiche» (Li Gotti), «l’ennesima buffonata» (giudizio politico del senatore Belisario), e anche «un’autentica marchetta nei confronti del presidente del consiglio» (giudizio politico della senatrice Finocchiaro). Se hai il pelo sullo stomaco sulla tragedia della comunità ebraica ferrarese, perché non dovresti averlo anche sulle implicazioni etico-giuridiche del “caso Ruby”? E così il “nuovo che avanza” si incrocia col “vecchio che arretra”, e quando si scambiano la parola non si distingue più l’uno dall’altro, l’avanzante dall’arretrante.
Ma se le proporzioni esistono – ed esistono! –, come ci si può aspettare un sussulto di coscienza sul governo della cosa pubblica da parte di chi non si fa scrupolo di piegare alla propria propaganda politica la tragedia di Auschwitz?

La scomparsa del chiedere scusa

minerviniLo ha notato il collega Nicola Lagioia [→ qui], a proposito del manifesto con cui gli “Attivisti M5S” di Lecce denunciavano il 20% di assenze in Consiglio regionale da parte di un assessore definito “assenteista cronico” perché sottoposto a chemioterapia (cosa pubblicamente comunicata in anticipo dallo stesso assessore). A cui non sono seguite delle reali scuse (lo stesso, nota Lagioia, può esser detto della famosa telefonata di Nichi Vendola al factotum dell’ILVA Archinà).
Hai fatto un errore, sbagliato qualcosa, detto una stronzata? Sei l’unico in Puglia a non sapere che l’assessore Minervini combatte contro il cancro? Ti scusi, nessuno è infallibile, che problema c’è? Metti a frutto l’errore e ne fai tesoro per il futuro, già che vuoi fare politica e col futuro dovresti avere a che fare.
E invece no.
Come hanno reagito alle critiche gli attivisti M5S? «Ignorando, scrive Lagioia, quelle costruttive, accogliendo quelle becere e distruttive per darsi ulteriormente ragione (“la gaffe degli attivisti M5S non venga usata per giustificare…”)». In altri termini, «Commetto un errore. Strumentalizzo le mie scuse per darmi ragione. Ignoro il giusto rimprovero e accolgo a braccia aperte i tentativi di strumentalizzare le mie scuse strumentali, strumentalizzandoli a mia volta al fine di escludere (innanzitutto ai miei occhi) la possibilità di avere su di me una colpa». Come scrive Lagioia: «In realtà oggi quasi nessuno riesce a scusarsi più di nulla in pubblico. È la retorica del discorso dominante a sconsigliarlo. Pensiamoci: quand’è l’ultima volta che qualcuno, fuori da una dimensione privata, ha ammesso di aver commesso un errore, una grave leggerezza, e si è scusato senza aggrapparsi alla fictio delle cause peggiori degli effetti? (“È vero, ho sbagliato, ma il mio è stato un fallo di reazione a qualcosa di molto più grave, dunque l’errore, anziché mettermi dalla parte del torto, evidenzia paradossalmente quanto io sia dentro il giusto”)». E, a giusta ragione, «non è la strategia, ma il riflesso incondizionato a preoccupare», conclude Lagioia.

A me, in verità, preoccupa ancor più il silenzio di quei militanti grillini disposti a far grandinare post per un sms (del quale ancora non s’è capito se c’è o non c’è), ma davanti all’esortazione allo stupro di Boldrini, alla strumentalizzazione della Shoah, a qualsiasi espressione gastrointestinale del loro capo prontissimi a tapparsi la bocca, il naso, le orecchie, e via disgustosamente proseguendo.
Se non sei capace di ammettere un tuo errore – «Io non chiedo scusa a nessuno, non ho mancato di rispetto a nessuno, dovrebbero sostituire il rappresentante della comunità ebraica perché è stupido e ignorante»; se la tua strategia politica non ti consente di scusarti neanche per un post; se non hai la forma mentale in grado di pensare che anche tu, come tutti, sei infallibile e che l’autocritica è una sana prassi democratica: com’è pensabile l’affidarti qualcosa di più impegnativo di una strategia comunicativa – come, ad esempio il governo della cosa pubblica?

Angy tv1kdb ft. Meddo

«Io non ho mancato di rispetto a nessuno», ha urlato Grillo. Non fosse vero quello che fin qui avete letto, una mancanza di rispetto c’è stata: ed è molto grave.
Quei versi di Primo Levi non sono solo una testimonianza etica e civile. Si possono realizzare opere di impegno civile che non per questo riescono ad essere opere d’arte (il film di Benigni, secondo me, rientra in questa categoria), e va bene lo stesso. Ma quel libro, quei versi sono Arte con la A maiuscola: sono storia della letteratura italiana. Proprio nei giorni in cui Grillo li stravolgeva è passato per le televisioni Le invasioni barbariche del regista canadese Denys Arcand, il sequel di Il declino dell’impero americano. In ambedue i film, lungo un arco temporale di quasi vent’anni, è nominato come monumento culturale dell’intera umanità Se questo è un uomo. Lo conoscono anche in Québec, il valore di Primo Levi.
La parafrasi di Grillo – parafrasi di una pietra miliare della letteratura mondiale, non della “Pioggerellina di marzo” – è, a dir poco, pedestre. Il suo valore artistico è al livello dei ragazzini che si sollazzano con la rima cazzo/palazzo e i versi del “Monumento di Mazzini”: “Se questo è un paese” sta a Se questo è un uomo come “Angelica e Medoro, in vari modi / legati insieme di diversi nodi” sta ad “Angy tv1kdb ft. Meddo” scritto con lo spray sul Duomo. Non è una cosa nuova, questo modo di stuprare la letteratura trasformandola in un oggetto d’uso, senza curarsi della banalizzazione e dell’involgarimento: è stato inventata dalla pubblicità (“e il naufragar m’è dolce in questo marsh”, ricordate?). Che è il mondo dal quale Grillo e il suo compare Ricci (quello delle tette-e-culi sparati in primo piano, da Drive In a Striscia) vengono fuori.
Se non si può, a giusta ragione, pisciare sul Duomo o dentro Palazzo Schifanoia, perché lo si può fare sulla letteratura?
Ma soprattutto: che idea della letteratura, della cultura alberga nella mente di un facitore di becere parafrasi? Quella di un oggetto inutile, che non ha nulla da insegnare o educare, e che nella sua inutilità può essere pervertita a piacere, accompagnando con uno sghignazzo l’appropriazione indebita. Un’idea della cultura all’altezza dei tempi volgari in cui viviamo: degna di quelli che “perché devo pagare con le mie tasse il teatro, l’opera, i programmi televisivi culturali visto che non ci vado e non li guardo?” (perché io pago con le mie i danni che la tua ignoranza produce, ad esempio).

pinocchio_e_beppe_grilloIl Grillo mente pesantemente

Com’è noto ai lettori di Philip K. Dick, The Grasshopper Lies Heavy è il titolo del libro misterioso al centro del capolavoro dell’utopia negativa La svastica sul sole (o L’uomo nell’alto castello). La traduzione italiana (La cavalletta attacca) non è fedele, e non consente di cogliere quello che oggi si palesa a noi come un inquietante gioco di parole. La sua traduzione più corretta potrebbe essere “Il grillo si trascina pesantemente” (si tratta di un passo del Qohelet, XII, 5). Ma quell’insetto che si trascina con pesantezza, alludendo all’età senile, può anche avere un diverso significato, se si considera la polisemia del verbo to lie: il Grillo mente pesantemente.
Il grande Philip Dick aveva, come sempre nei suoi libri, già capito tutto.

NB: I giudizi politici dei senatori Li Gotti, Belisario e Finocchiaro presenti nel post sono tratti dalla → stampa nazionale, e riportati per completezza d’informazione, senza che ciò implichi la condivisione delle posizioni politiche dei sunnominati senatori.

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