Una presa di posizione che non lascia adito a dubbi: una toga della Corte di Cassazione esprime un netto giudizio sul caso Cancellieri-Ligresti, sostenendo a chiare lettere che, pur in assenza di reato, il comportamento del ministro della giustizia poco si addice al ruolo di guardasigilli. Il giudizio giunge per bocca di Piercamillo Davigo, magistrato noto anche per aver fatto parte negli anni ’90 dello storico pool di Mani Pulite, invitato venerdì al convegno “Sprechi, inefficienze e reati nella pubblica amministrazione” organizzato dalla Uil-Fpl nella facoltà di giurisprudenza.
Un convegno che ha visto la partecipazione di ospiti importanti dal mondo della politica e della magistratura, da Flavio Tosi a Bruno Tinti, impegnati a discutere dei problemi e delle inefficienze più diffuse nelle pubbliche amministrazioni, e che ha trovato proprio nell’intervento di Davigo il momento clou della giornata. Perchè le dichiarazioni sul ministro Cancellieri da parte di un giudice della Corte di Cassazione rompono una sorta di “tabù” della magistratura riguardo a una delle questioni più discusse della cronaca nazionale, inquadrata fino a questo momento sul piano puramente normativo.
Davigo sta parlando del dovere di astensione da parte di un funzionario di fronte a casi in cui sono coinvolte persone con cui intrattiene rapporti personali. Un concetto che per il magistrato abbraccia ogni sfera del pubblico, dai più piccoli sportelli comunali agli uffici di ministri e capi di Stato. “Molte pubbliche amministrazioni hanno norme interne dalle quali dovrebbe discendere anche una regola etica di comportamento che preveda questo: il dovere di astensione, per esempio. Io sono rimasto basito dalla giustificazione che è stata data di recente per l’intervento di un ministro sulla posizione di un detenuto. Dice che “era per ragioni umanitarie”. Intanto se sono amici tuoi non te ne devi occupare: questa è la regola di un funzionario pubblico, fosse anche un ministro”.
Una norma prima di tutto etica, anche se Davigo fa notare come, in altri contesti, un comportamento di questo genere sia vietato anche dai regolamenti ufficiali. “Per inciso – spiega il giudice – se un magistrato non si astiene in un processo a carico di un suo amico finisce sotto procedimento disciplinare. Il problema allora è di ritrovare un briciolo di sistematicità tenendo conto che l’area della violazione dei doveri etici è molto più larga di quella dei reati. Una cosa può non essere reato ed essere eticamente riprovevole”.
Un giudizio che ben si collega con quanto sostenuto dal magistrato durante il suo lungo intervento – che vi riproponiamo ringraziando Enrico Franceschi di Uil-Fp per la libera concessione -, in cui ha delineato chiaramente come la corruzione e il malaffare riescano spesso e volentieri a fare a meno di reati e tangenti. Il concetto chiave è quello di “corruzione ambientale”: quella prassi che non ha bisogno di soldi per essere efficace, basta la pressione costante di un ambiente abituato alla logica dello scambio e del compromesso. Un ambiente in cui, come racconta Davigo, “un giovane e inesperto funzionario viene escluso ed emarginato quando fa del suo meglio per rispettare le regole, in particolare quelle etiche”. Nel 1840 il francese Tocqueville avrebbe usato termini come “tirannia della maggioranza” o “livellamento del pensiero”. Al giorno d’oggi, probabilmente, ai cugini d’oltralpe basta indicare quella penisola a forma di stivale poco più a sud.
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