18 Agosto 2013
Un'equipe mette in discussione le scoperte del ferrarese, che risponde sottolineando le differenze metodologiche

Metodo Zamboni, i dubbi dal Canada

di Redazione | 3 min

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admin-ajax (8)Botta e risposta ad alto livello accademico tra i professori Paolo Zamboni e Mirko Tessari dell’Università di Ferrara e Ian Rodger, professore emerito di medicina in Canada alla Michael G. DeGroote School of Medicine. Uno studio condotto dall’equipe di Rodger e pubblicato sulla testata scientifica Plos One dimostrerebbe infatti l’invalidità del famoso “metodo Zamboni” per la cura della sclerosi multipla, ma le ricerche condotte non convincono i due accademici ferraresi, che sullo stesso sito inviano una risposta in cui sottolineano le lacune metodologiche presenti, a loro avviso, nella ricerca pubblicata.

Proprio in Canada Zamboni ha trovato in passato un pubblico attento alle sue teorie, tanto che nel 2011 il governo ha finanziato una sperimentazione clinica del suo metodo – pur facendo un parziale passo indietro l’anno successivo, negando le risorse per la fase di trattamento -, che vede un legame diretto tra la sclerosi multipla e la insufficienza venosa cerebrospinale cronica e suggerisce una “riapertura” dei vasi sanguigni bloccati per contrastare il processo neurodegenerativo. Un’idea che secondo Rodger sarebbe stata confutata dai propri studi, in cui ha studiato 100 pazienti affetti dal grave morbo, confrontandoli con altrettanti campioni “sani”, senza rilevare anomalie nelle vene giugulari interne, nelle vene vertebrali o nelle vene cerebrali profonde. Nel team di ricerca a cui si è affidato Rodger erano presenti anche un radiologo e due tecnici che avevano seguito un periodo di training sulla tecnica Zamboni presso il l’Università di Ferrara

Ma la scoperta canadese sarebbe ” frutto, secondo Zamboni e Tessari, di almeno tre errori metodologici durante lo studio. I due italiani spiegano di “aver letto con interesse” la ricerca canadese, i cui risultati tuttavia “sono esattamente agli antipodi di quello che noi abbiamo trovato, in quanto non sono stati in grado di dimostrare alcuna anomalia del flusso venoso nei pazienti con SM studiati sia con l’ECD che con la MRV”, per poi entrare nel dettaglio del perchè “la metodologia adottata dagli autori può portare ad una così forte discrepanza nel confrontare i risultati”.

La spiegazione completa – di natura estremamente tecnica – è consultabile al link riportato poco sopra, ma in sostanza si parla di tre aspetti fondamentali. Il primo riguarda il mancato utilizzo da parte di Rodgers della “nuova metodologia raccomandata da un consenso internazionale per migliorare la riproducibilità del protocollo ECD”, concordata nel 2011 da sette società scientifiche. Zamboni e Tessari scrivono poi di “essere rimasti colpiti dall’assenza di qualsiasi analisi in M-mode”, una tecnica definita “indispensabile per individuare gli ostacoli endoluminali e le valvole mobili e fisse, che rappresentano la maggioranza delle anomalie venose della Ccsvi (insufficienza venosa cerebrospinale cronica, ndr)”. L’ultimo punto riguarda “la metodologia di Mrv”, e i due accademici affermano “di essere stati nuovamente sorpresi dal focus delle indagini nella regione superiore e mediana del collo”, dove l’equipe canadese non ha rilevato grosse differenze tra i campioni sani e quelli colpiti da sclerosi. “Al contrario – affermano i ferraresi –  numerosi report hanno misurato significative limitazione della portata del flusso giugulare, flusso aumentato attraverso le collaterali, e stenosi extraluminali nella parte inferiore del collo, esattamente dove Rodger e gli altri non hanno effettuato alcuna valutazione”.

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