Un altro punto per l’accusa. Si è conclusa ieri pomeriggio la serie di audizioni dei consulenti della procura chiamati anni fa a pronunciarsi in merito all’esposizione al cvm e al rispetto delle normative sul lavoro all’interno dello stabilimento della Solvay, attivo a Ferrara fino al 1998.
Nel processo che vede imputati a vario titolo per lesioni gravi e omissioni di protezione sui luoghi di lavoro sei ex manager della multinazionale della chimica, i pm Ombretta Volta e Mariaemanuela Guerra hanno chiamato a testimoniare i loro esperti. Dopo Comba, Bracci e Pirastu, ieri è stata la volta di Giuseppe Genon e Paolo Rabitti.
Particolarmente importante ai fini dell’accusa la lunga testimonianza del primo, che si è dilungato per oltre tre ore sul funzionamento degli impianti che trasformavano il pvc all’interno del petrolchimico estense.
Secondo Genon parte della produzione poteva essere automatizzata già all’inizio degli anni ’70 (sono appunto quelli ante 1975 che potrebbero acquistare rilevanza ai fini del processo) per consentire una maggior tutela dei lavoratori.
Alcuni piccoli accorgimenti, secondo il consulente, come valvole a soffietto o rubinetti a maschio (questi i termini specifici illustrati in aula), avrebbero potuto limitare del 20% le fughe di cloruro di vinile monomero, e di conseguenza alleggerire il lavoro manuale degli autoclavisti, gli addetti alla pulitura delle cisterne del cvm.
Rabitti, invece, ha cercato di confutare gli studi commissionati dalla stessa Solvay negli anni 1969 e 1973 sugli effetti del cvm sulla salute e sui valori massimi di esposizione, adducendo il fatto che quei risultati si basavano su prove empiriche (sorta di esercitazioni), che non reggerebbero al confronto della realtà di fabbrica.
Il giudice Diego Matellini ha aggiornato le parti al 26 aprile, quando si terrà il controesame dei consulenti da parte della difesa.
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