Lun 24 Giu 2013 - 623 visite
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Lamerica

mucca1Quando ho deciso di trasferirmi a Mumbai sono fioccate gran pacche sulle spalle: hai fatto bene, grandissima esperienza, ti invidio, portami con te. Produttori di vino, di caffè, pasta che: “Teniamoci in contatto, perché voglio aprire il mio business in India”. Tutti su una banchina del porto a salutare con fazzoletto bianco colui che va a cercare “Lamerica” in salsa contemporanea: India, Cina, Brasile, Sudafrica…

Cosa mi ha spinto a salpare? Beh, ragioni che accomunano tanti emigranti italiani di oggi e di ieri: lavoro, ma non è mai stata una mia particolare spinta propulsiva, ho sposato un’indiana, ma non ho cambiato cognome come Sonia Gandhi, le ultime tornate elettorali italiane, scherzo ma neanche tanto.

Ritorniamo agli amici sulla banchina e diciamo loro che Lamerica, come tutte le altre, non è per tutti, magari per molti, ma mai per tutti. E Mumbai capitale finanziaria dell’India non fa certo eccezione. Ormai è un classico rappresentare la città e il Paese intero come la madre di tutti gli estremi. Ricchezza smodata e povertà al limite del possibile, negozi di Rolex con accanto tendopoli, pâtisserie con di fronte mucche che “brucano” immondizia, homeless e star di Bollywood, acqua non potabile e Champagne.

Mumbai è un treno in corsa e se non riesci a salirci, non solo rimani a piedi, ma rischi di finirci sotto. Puoi partire dal nulla e avere 14 stabilimenti disseminati per il Paese e fabbricare le sorprese dell’Uovo Kinder, come il mio vicino di casa. Oppure rimanere due notti e due giorni in fila tra decine di persone su un marciapiede solo per iscrivere tuo figlio alle elementari, un rituale che si ripete ogni anno nell’istituto cattolico di fronte a casa mia per chi non è raccomandato o non è di fede cristiana.

Una città che combatte sempre con i grandi numeri: la più popolosa dell’India, il più grande slum dell’Asia (il 62% dell’intera popolazione della città vive negli slum riconosciuti o meno dal municipio), una delle aree più densamente popolate del pianeta in cui si produce il 5% del Pil dell’India,  il 25% della produzione industriale e il 70% del commercio marittimo.

Mi è stato detto: “Vivere in India e come vivere 5 vite, a Mumbai ne vivi 10”.

L’atmosfera in città è quella del “tutti possono farcela”, “aprite un business, sicuramente funzionerà”. Ci si sente giovani, si guarda al futuro. Fenomeno recente è l’immigrazione di ritorno: molti ragazzi e ragazze andati all’estero per studiare e lavorare ritornano, portando in patria conoscenze e formazione. Una manna intellettuale per il Paese. Messa a confronto con l’Italia in costante emorragia senza ritorno di cervelli e il clima deprimente, sì… qui è proprio Lamerica. Vedo da lontano la crisi della Berco di Copparo che metterà in ginocchio un’intera area della provincia (mio fratello ci lavora, mio padre ci ha lavorato per anni, decine di amici in cassa integrazione e mobilità). I tagli al personale dello stabilimento probabilmente saranno la pietra tombale per una zona che è riuscita a realizzare il paradosso di una fabbrica come ammortizzatore sociale e ha subìto senza reagire o mettere in campo un piano alternativo il collasso del settore tessile sotto i colpi dei competitor asiatici. Mia madre è riuscita appena in tempo ad andare in pensione prima di chiudere il laboratorio di corsetteria.

Ma torniamo in India. Questa corsa al progresso, alla ricchezza, al sogno, rischia di far deragliare il Mumbai Express. La città è al collasso ambientale e infrastrutturale. Tutto è in mano ai cosiddetti developers, ovvero palazzinari, che con la complicità dei politici e delle forze dell’ordine e l’appoggio di una popolazione affamata di case stanno spargendo cemento senza controllo. Mumbai ha visto la già enorme superfice costruita aumentare del 35% dal 2000 al 2010 (per la cronaca il record spetta a Bangalore con il 98% di incremento, praticamente l’agglomerato è raddoppiato in dieci anni. This is India!). Le sovrintendenze, i comitati cittadini, gli enti a protezione del verde restano impotenti o arrivano a cose fatte: quartieri di cottage di era coloniale demoliti, parchi cementificati, viali alberati decapitati, riserve naturali distrutte. E’ notizia di giorni fa che un developer ha raso al suolo 20 ettari di mangrovie protette senza che nessuno battesse ciglio.

La speculazione edilizia senza controllo ha gettato la città in una perenne emergenza idrica, senza contare che la rete risale all’era britannica e i tubi viaggiano paralleli a quelli delle acque nere. Il risultato è che l’acqua di Mumbai, alla fonte una delle più pure del Paese secondo il WHO, dal rubinetto sgorga contaminata e quindi non potabile… quando non si è a secco o quando semplicemente si ha la fortuna di avere un rubinetto.

L’urbanizzazione selvaggia inoltre sta creando un nuovo fenomeno allo studio da pochi anni e che va a braccetto con il riscaldamento globale: Mumbai è stata denominata “forno di cemento”. Tutti sanno che in campagna si sta più freschi che in città. Il problema si manifesta però quando la città, con la sua estensione in orizzontale e in verticale che impedisce l’attraversamento dei venti, il suo inquinamento che accentua la cappa d’afa, le attività umane che producono calore, dà vita a una cosiddetta “hurban heat island” dove la temperatura è di norma dai 5 ai 10 gradi più alta rispetto all’area non urbanizzata. La conseguente domanda di refrigerio in una città di per sé dal clima tropicale si impenna, determinando un circolo vizioso di aria condizionata in casa / aria calda buttata in strada, con il risultato che il gap città-campagna può arrivare a 15 gradi.

Aggiungiamoci l’inquinamento atmosferico che fa sì che 24 ore a Mumbai sono come fumare un pacchetto di sigarette, il traffico perennemente congestionato dove ogni giorno vengono immatricolati 400 nuovi veicoli e la mancanza di un sistema integrato di raccolta rifiuti, figuriamoci la raccolta differenziata.

Attenzione, Mumbai non è un girone infernale, questo che ho voluto descrivere è solo un aspetto di una magnifica città per chiarire che “Lamerica” ha bisogno di una pausa di riflessione. Non si tratta di rendere l’India come la Svizzera, sarebbe troppo noiosa, o un Paese “normale”, un italiano non ci si abituerebbe, ma più equa, più ecologica, più sostenibile e solidale.

Questa presa di coscienza fatica a farsi strada tra lo straordinario boom economico. Nonostante ciò, l’India sta vedendo nascere movimenti per l’equità sociale, per la salvaguardia dell’ambiente, per il rispetto dei beni comuni, per un’agricoltura biologica, per la sovranità alimentare ecc. I progetti si contano a migliaia, tanti Davide che stanno sfidando il Golia dell’affarismo e del profitto a tutti i costi a scapito della comunità. Ma di questo ne parleremo un’altra volta.

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