Cronaca
16 Gennaio 2013
La storia svelata in tribunale nel corso di un processo per calunnia

Operai ferraresi sequestrati in una boutique di Mosca

di Marco Zavagli | 3 min

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Si sono costituite parte civile ieri (mercoledì 6 maggio) la mamma, la sorella e la nonna del 20enne Cosmin Robert Pricopi, l'operaio di nazionalità rumena che, insieme al connazionale 50enne Costin Yonel, perse la vita nel tragico incidente sul lavoro all'interno del Polo Crispa di Jolanda di Savoia

(foto da Wikipedia)

(foto da Wikipedia)

Erano partiti da Ferrara per costruire gli arredamenti d’interno per un importante locale di Mosca. Ma, lassù nella fredda pianura russa, il tempo stringeva e il committente era tutt’altro che paziente. Tanto che, di fronte all’intenzione degli operai italiani di tornare a casa per le vacanze di natale, il boss li ha ‘sequestrati’ sul luogo di lavoro. Ritiro dei passaporti, chiusi in cassaforte. Sosta forzata fino a lavori ultimati e due guardie armate agli ingressi a scongiurare eventuali ammutinamenti. E questo per diversi giorni. Finché un ‘emissario’ con la valigia piena di milioni di vecchie lire non è arrivato dall’Italia per ‘liberarli’.

È quanto emerso ieri mattina in un’aula del tribunale estense come cornice a un processo per calunnia. Un processo che di per sé riscuoterebbe poco interesse se non fosse appunto per l’inquietante retroscena. Veniamo al procedimento odierno. L’imputato, un artigiano ferrarese difeso dall’avvocato Antonio Boldrini, era accusato di calunnia. Nel corso di un processo civile per un pagamento contestato aveva disconosciuto la cifra apposta su una quietanza che recava la sua firma. Di qui era partita d’ufficio la denuncia nei suoi confronti per calunnia: contestando quel documento che aveva sottoscritto avrebbe implicitamente additato di falso la controparte.

Il processo si è concluso con l’assoluzione dell’uomo, il ferrarese Sergio Bussolari. Ma in aula, prima della sentenza favorevole del giudice Luca Marini (il pm aveva chiesto un anno e quattro mesi di condanna), erano sfilati i testimoni che avevano svelato il curioso siparietto russo.

Tutto avvenne nel corso del rigido inverno della steppa del 2000. L’imputato (‘ex’ vista l’assoluzione) venne incaricato attraverso l’azienda dove prestava servizio, la Ferrara Montaggi, di alcuni lavori da una ditta d’arredamento di Bologna, la Tecnointerni.

L’appalto è quasi un’impresa. Si tratta di allestire con manodopera made in Italy una preziosa boutique moscovita. I lavori – quasi forzati, visto che gli artigiani di allora parlano anche di 13 ore al giorno – partono nel dicembre 2000 per concludersi nel febbraio 2001.

L’opera procede a rilento, con relative rimostranze del committente russo. Intorno a natale però gli eventi precipitano. Gli operai vogliono prendersi una pausa per tornare in Italia e passare le feste in famiglia. Guai. Il committente glielo vuole impedire a tutti i costi: prima finite il lavoro. E cosa fa? Sequestra i passaporti, sequestra i cellulari e sequestra gli stessi operai. Reclusi in questo grande magazzino per vip dove devono lavorare (tanto), dormire (poco), mangiare, a prezzi esorbitanti. Tanto che per mantenersi hanno bisogno di soldi. Che arrivano nella misura di cinque milioni di lire dall’Italia dalla ditta esecutrice dei lavori.

L’appalto verrà concluso e gli sventurati artigiani potranno tornare a casa. Non senza ulteriori sorprese però per Bussolari. Che lo attenderà un processo civile prima e uno penale per calunnia poi.

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