Mar 4 Dic 2012 - 666 visite
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“La vostra città è come un carillon”

Cinque domande sulla ‘prima volta’ dell'artista Silvia Forese a Ferrara

di Elena Bertelli

Silvia Forese è nata e vive a Verona, con qualche fuga all’estero, di tanto in tanto. È artista di mestiere e, dopo aver esposto in Italia e all’estero, è stata chiamata a Ferrara per esporre la mostra Chassid. The Jews of New York City presso Zuni (in via Ragno 15, fino al 16 dicembre). Sulle pareti è affissa una serie di acrilici su tela nata durante un soggiorno a New York, con lo scopo di ritrarre a modo suo la popolazione di ebrei ortodossi ‘Chassid’ in continua espansione nella metropoli americana.

Perchè nella multiculturalità che contraddistingue la metropoli con la M maiuscola hai scelto di rappresentare proprio gli ebrei Chassid?

Prima del mio viaggio in America non avevo mai incontrato e vissuto a stretto contatto con una molteplicità di culture tutte differenti. Ho visto il mondo intero in una sola città. New York City è un grande contenitore. C’è spazio per tutto e per tutti, la città esplode ci colore e diversità, le persone che popolano la metropoli – con la M maiuscola – paradossalmente si contraddistinguono proprio per questa spiccata diversità. Frenetiche, le “formichine multicolori” si muovono dappertutto, in ogni angolo della “mela”. Ma se “diversità” è la parola chiave da cui partire per raccontare NY, allora azzarderei dicendo che ci sono aggettivi opposti – omogeneo, identico e poi ordinato, incolore… – per definire i protagonisti del mio lavoro, nonché il popolo più numeroso e incidente che NY ospita. Gli ebrei ortodossi si contraddistinguono per la loro precisione, l’omogeneità che racchiude una cultura intera un mondo parallelo, una potenza mondiale. Apparentemente silenti i Chassidim popolano le strade di NY. Da subito sono stata attratta dalle loro lunghe vesti nere, dalle loro barbe, da quei libri che sempre tengono sotto braccio, dal loro idioma indecifrabile. Dalla loro serietà. C’è un abisso tra questa cultura e il resto che li circonda. Una fan del paradosso come me non poteva rimanere indifferente davanti a questo contrasto. Così, senza scendere troppo nella loro storia – molto interessante, ma 3000 anni sono davvero troppi! – ho riprodotto volti di ebrei perché loro, più di ogni altra cosa a NY, riescono a contraddistinguersi, perché sono molti e uguali, perché vogliono essere sempre di più, sono potenti, uniti. Sono un popolo congelato nella storia che qualcuno o qualcosa ha riportato nei giorni nostri, sono istruiti e poi perché anch’io, come loro, amo vestirmi di nero.

I titoli, nella tua produzione artistica sono parte integrante dell’opera, senza i quali, spesso, l’immagine perde il suo senso. In questo caso ad ogni ritratto hai assegnato un numero.

“Chassid” o “The jews of New York City” comprende una serie aperta di piccoli dipinti. Il numero esatto non è definibile essendo il lavoro in continua evoluzione. Questo per indicare l’assidua espansione del popolo non solo in America – come in Israele – ma in gran parte del mondo. Serie aperta è, per definizione, un raggruppamento ordinato e in successione che ha un principio senza avere una fine e i vari elementi sono contraddistinti da lettere o numeri, come in questo caso. L’opera è una sola e quindi le è stato assegnato un solo titolo (anzi due, ma è un puro caso). Il numero – a tre cifre- assegnato ad ogni rabbino è una sorta di catalogazione. In questa scelta vi è più un senso pratico piuttosto che concettuale. Credo che, a volte, una sovraproduzione di concetti provochi inutili cortocircuiti di senso. Ho pensato quindi di alleggerire con dei numeri.

Nella mostra traspare un credo o una religiosità dell’autrice?

Credo che il lavoro ‘Chassid’ possa avere un buon risultato visivo, perché d’impatto. Credo che sia una seria serie. Credo che questo lavoro tratti di Arte. Credo nell’autrice. Credo di non poter credere ora. Credo alla storia. Credo a un luogo di culto.

In pochi mesi hai partecipato a diverse esposizioni a Ferrara e dintorni. Penso alla collettiva ‘Is Michelangelo dead?’ organizzata dal centro studi Dante Bighi a Copparo; a questa in argomento e una prossima mostra – prevista per marzo 2013- con un nuovo omaggio ad Antonioni presso Wunderkammer. Hai quindi avuto modo di respirare un po’ di aria estense. Cosa risponderesti a chi sostiene che Ferrara è una città morta?

Sono cresciuta in un piccolo paesino in provincia di Verona dove la parola arte era associata al presepio natalizio che ogni anno assemblano davanti alla chiesa, nella piazza principale. Così anche Verona – dove tutt’ora vivo e lavoro -, pur essendo una città ricca e quindi avendo i mezzi di investimento tali da poter dare spazio all’arte, l’unico luogo artistico che valorizzano ha 2000 anni ed è l’Arena, attrazione artistica per turisti. Verona non offre nulla a giovani artisti. A Verona tutti prendono i sonniferi e dormono giorno e notte. La città di Verona è ricoperta di polvere. Ho lavorato con piacere a Ferrara per la mostra tributo ad Antonioni: “Is Michelangelo dead?”, ho potuto conoscere Villa Bighi e parte dei progetti che prendono vita al suo interno. Non direi che Ferrara è una città “morta”, anzi, la realtà che ho incontrato è stata molto positiva, c’è organizzazione e collaborazione, interesse, ma soprattutto persone che danno la possibilità di sviluppare le proprie idee e progetti in spazi adibiti all’arte senza scopo di lucro e questo è un atteggiamento ammirevole e intelligente in un mondo dove ormai nulla – o quasi nulla- più lo è!

La tua opera si contraddistingue per la capacità di rappresentazione attraverso un utilizzo di segni e scelte cromatiche quasi minimali. Dopo il tuo breve soggiorno a Ferrara, attraverso quale immagine sceglieresti di rappresentarla, con quali segni e colori?

Vedo la città di Ferrara come una scatola aperta, meglio un carillon! Un carillon che gira a suono di un’allegra canzone. Mi piace la musica e adoro i carillon.

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