Gio 6 Set 2012 - 743 visite
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Solvay, tumori senza responsabili

Dal processo è emerso che l’azienda fece il possibile per la sicurezza

Di sicuro c’è solo che due operai soffrono di una malattia mortale. Di sicuro c’è che per 30 anni hanno lavorato negli stabilimenti ferraresi della Solvay in via Marconi. Ma il perché Cipro Mazzoni e Michele Mantoan soffriranno di epatocarcinoma negli ultimi anni della loro vita non è stato accertato.

Chi era stato chiamato dalla procura di Ferrara a rispondere di quella che l’accusa riteneva una patologia correlata all’esposizione a cvm è stato assolto lo scorso 30 aprile dal giudice Diego Mattellini con formula piena (vai all’articolo http://www.estense.com/?p=215888). Ora dalle motivazioni della sentenza, depositate in cancelleria, si legge la ragione per cui quei tumori non hanno un responsabile.

In sostanza, per cinque dei sei manager (Cyryll Van Lierde, August Arthur Gosselin, Michael Gerard Davis, William Arthur Banes e Pierre Vigneron) imputati di lesioni gravi colpose e omissione dolosa di protezioni sul lavoro, l’istruttoria dibattimentale non è riuscita a dimostrare che, nel periodo in cui sono stati componenti del consiglio d’amministrazione Solvic-Solvay (dal 1969 al 1974), avessero deleghe specifiche o competenze in materia di igiene ambientale e sicurezza sul lavoro. Di conseguenza, secondo il tribunale, non è dimostrato che avessero poteri tali da operare scelte aziendali “finalizzate all’adozione di misure idonee a impedire che le maestranze fossero esposte alle esalazioni di cvm”. In questo frangente una posizione a parte riveste Claude Yves Marcel Loutrel, presidente del cda e amministratore delegato. Per lui secondo il tribunale si potrebbe “astarttamente pervenire a considerazioni diverse”. Ma anche nel suo caso – come spiega in seguito Mattellini – viene a mancare il nesso di causalità.

Per il pubblico ministero Ombretta Volta, che aveva chiesto la condanna la condanna a tre anni e mezzo, tutti e sei erano colpevoli della sorte di Michele Mantoan, operaio dal 1969 al 1999 con le mansioni di pulitore di autoclavi dal 1969 al  1973 e di conduttore autoclavi dal 1974 al 1978, e di Cipro  Mazzoni, in servizio presso la Solvic Industria Materie Plastiche dal 1962 al 1991 addetto alle autoclavi dal 1962 al 1988. A entrambi anni dopo (per il primo nel 2002 e per il secondo nel 2005) verrà diagnosticato un epatocarcinoma.

Manca invece il nesso di causalità tra cvm e tumore. Per il giudice infatti, pur ammettendo che “siano stati a contatto con la sostanza” da cui si estraeva il pvc “e ne abbiano inalato i vapori”, “il dato quantitativo di tali inalazioni non può ritenersi comunque adeguatamente ed oggettivamente dimostrato”. A impedire un preciso collegamento, poi, subentra il fatto che “gli epatocarcinomi riscontrati su Mantoan e Mazzoni costituiscono patologie” che possono avere molte cause. E tra queste, come sostenuto dalla difesa che evidentemente pè riuscita a convincere il tribunale, la steatoepatite non alcoolica, la c.d Nash (malattia del fegato che può degenerare se associata a diabete o sovrappeso fino a provocare un epatocarcinoma).

A sostegno di questa tesi assolutoria stanno anche le ricerche di due importanti agenzie internazionali che studiano le patologie epatiche (l’American Association for the Study of Liver Diseases e la Asian-Pacific Association for the Study of the Liver). Non ha convinto invece la ricerca portata in dibattimento dalla pubblica accusa, incentrata su una monografia pubblicata nel 2007 dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) di Lione, secondo la quale sarebbe possibile una relazione causale tra cvm e epatocarcinoma. Quella ricerca, come riporta lo stesso preambolo, aveva “esclusivamente valenza epidemiologica” ed era “caratterizzata da scapi essenzialmente precauzionali”. Non abbastanza insomma per suffragare una responsabilità penale.

Anche perché “nessuno tra i quattro più autorevoli enti internazionali di ricerca sulle malattie epatiche (Easl-Associazione europea per la studio del fegato; Aasld-Associazione americana per lo studio delle malattie del fegato; APASL-Associazione pacifico-asiatica per lo studio del fegato; Jasl-Associazione giapponese per lo studio del fegato) mai, all’esito degli studi effettuati, ha ritenuto di inserire l’esposizione al cvm tra i fattori di rischio per l’insorgenza di epatocarcinomi; mai da tali enti sono promanati raccomandazioni e/o protocolli di sorveglianza da adottare a tutela dei lavoratori esposti”.

Per quanto riguarda invece l’omissione dolosa di protezioni, manca secondo il giudice la volontà di quell’omissione. Lo proverebbe il fatto che “l’azienda nel corso degli anni, sia sulla base delle emergenze scientifiche che progressivamente rendevano noti elementi di pericolo, sia sulla base delle sollecitazioni che talora promanavano dalle associazioni sindacali di settore, abbia attuato un progressivo percorso teso -mediante l’adozione di accorgimenti tecnici e mediante I’informazione dei rischi nei confronti delle maestranze – ad ovviare agli inconvenienti che volta per volta venivano evidenziati, a prevenire situazioni di pericolo per gli operai, in definitiva a rendere più sicuro l’ambiente di lavoro”.

Cade anche l’ipotesi del “patto di segretezza” che avrebbero stretto le grandi multinazionali della chimica per occultare i risultati degli studi sulle conseguenze del cvm. Un “argomento suggestivo” per il giudice, che “non ha trovato il benché minimo riscontro”. Anzi: “deve ritenersi dimostrato che Solvay si è fatta carico di effettuare le opportune innovazioni impiantistico/produttive idonee a garantire al miglior livello le condizioni di sicurezza all’interno quantomeno della propria unità produttiva di Ferrara” e “a garantire gli opportuni studi e ricerche sperimentali finalizzati alla verifica di eventuali potenzialità nocive del cvm” (gli studi dei professori Viola e Maltoni).

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