Cronaca
5 Ottobre 2011
Iniziato il processo per omissione di soccorso nella morte del ragazzo

Sahid, i parenti ringraziano Ferrara

di Marco Zavagli | 3 min

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C’era suo fratello Rachid, che accompagnò la sua salma in patria. C’erano anche la sorella, la cognata e i figli di lei. Solo i genitori sono rimasti in Marocco. La madre, che non riuscì nemmeno ad andare ai funerali. E il padre, che svenne quando vide il filmato dell’agonia.

Si è aperto ieri il processo per omissione di soccorso nella morte di Sahid Belamel, il ragazzo marocchino che la notte del 14 febbraio 2010 morì ad appena 30 anni dopo una serata passata nella discoteca Madame Butterfly.

Il caso del giovane fece il giro d’Italia, soprattutto per le drammatiche immagini che lo ritraevano seminudo implorare aiuto davanti ai cancelli di un’azienda privata. Uscito dal locale il giovane, barcollante per il troppo alcol ingerito, scivolò nel canale vicino a via Colombo, in zona pmi, bagnandosi completamente. Si tolse quindi i vestiti che amplificavano il gelo di quella notte e rimasto in mutande aveva continuato a camminare chiedendo aiuto, ma le auto di passaggio proseguirono senza fermarsi o senza chiamare i soccorsi. E lui morì per ipotermia, di freddo, per strada.

Per quei fatti sono accusati di omissione di soccorso quattro persone: Sandro Bruini, 37 anni, addetto alla sicurezza della discoteca; Paolo Nicolini, addetto al parcheggio del locale; l’amico di Sahid, Mounir Zouina, marocchino di 24 anni che passò parte della serata con lui, e il tassista Paolo Campagnoli, 55 anni, che fu chiamato quella notte e, vedendolo in pessimo stato, completamente ubriaco, avrebbe suggerito di chiamare un’ambulanza.

Secondo la procura ognuno di loro, in un diverso segmento delle ultime ore di vita del ragazzo, avrebbe potuto – e dovuto – intervenire e aiutare Sahid, che si trovava “in stato di incapacità di provvedere a se stesso per abuso di alcol e in evidente bisogno di aiuto”.

Quattro imputati che secondo la famiglia di Sahid dovrebbero essere molti di più- “Quantomeno tutte le persone che passando in auto lo hanno visto e non si sono fermate – riflette fuori dall’aula del tribunale “Bouchra, la moglie del fratello -, bastava una telefonata al 112 o al 118”. “Era una persona tranquilla, un ragazzo normale”, lo ricordano i parenti presenti ieri all’udienza e arrivati domenica dalla Germania, dove vivono e lavorano. “Sentiamo la vicinanza della città, delle istituzioni e della stampa – aggiungono -, un grazie a tutta Ferrara”.

Quanto invece al numero di imputati, “la risposta è nella domanda”, sorride amaro l’avvocato Giancluca Filippone, che ieri si è costituito parte civile in rappresentanza del fratello Rachid: “non è stato possibile identificare altre persone”.

Per la difesa parla l’avvocato Silvia Gamberoni ricordando che “considerando la sequenza degli eventi e le condizioni soggettive del ragazzo, è da escludere la causalità del decesso in capo agli imputati. Il fatto di per sé è drammatico, ma la verità sostanziale e processuale deve avere il suo corso”.

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