Lite fuori da un bar del centro, il Questore firma tre “Daspo Willy”
Tre "Daspo Willy" sono stati emessi dal Questore di Ferrara nei confronti di altrettanti soggetti coinvolti in una lite avvenuta all’esterno di un locale del centro cittadino
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Alfredo Santini entra in tribunale
Fu Consorte a dare il “niet” all’operazione di salvataggio della Coopcostruttori. Non è la prima volta che il nome del plenipotenziario Unipol viene associato al processo in corso per il crac dell’azienda argentana. Già il manager Giuseppe Maranghi ne parlò nel corso di un’udienza prima dell’estate. Ora però le modalità con cui viene fuori, quasi “estirpato” dalla bocca del testimone di turno, non possono non lasciare indifferenti.
Il testimone di turno è Alfredo Santini, l’ex presidente Carife in sella all’istituto di corso Giovecca dal ’98 al 2009. A Santini viene chiesto di ricostruire gli anni critici che precedettero l’amministrazione straordinaria.
La Cassa aveva erogato credito più volte in favore della cooperativa di Donigaglia. E lo aveva fatto con facilità, nella convinzione che “potesse dare impulso all’economia ferrarese che aveva visto chiudere diverse altre realtà”, come spiega l’ex presidente. Poi vennero le difficoltà. “Nel 2003 ci dissero che forse era meglio mettere l’azienda all’incaglio (un primo grado di temporanea difficoltà imprenditoriale, ndr)”. E a dirlo è nientemeno che Bankitalia, che in quel periodo conclude una lunga ispezione su Carife che termina con diversi punti di criticità, senza però rilevare irregolarità che giustificassero provvedimenti di sorta.
La Cassa però crede ancora nella possibilità di Coopcostruttori di risollevarsi “ed eravamo pronti a sostenere qualunque operazione potesse permettere all’azienda di crescere”. Lo dimostrerebbe il piano Cofiri, pensato dal manager Maranghi per portare liquidità immediata alla cooperativa che annaspava nella perenne attesa di crediti futuri: 30 milioni di euro che Carife a le altre banche impegnate in Coopcostruttori avrebbero messo sul piatto della bilancia.
Il contrappeso avrebbe dovuto fornirlo Legacoop. E all’incontro preparatorio partecipò infatti anche Egidio Checcoli. Tutto saltò però al momento del si definitivo. Perché? “A un certo punto la Lega delle cooperative fece un passo indietro – racconta Santini – e senza la firma di garanzia le banche non potevano avere certezze di rientro”.
Se in passato infatti poteva bastare la parola, gli ultimi tempi e soprattutto gli esborsi già sostenuti non consentivano patti tra gentiluomini. Prima infatti “bastava la benedizione”, per usare la metafora del testimone, “ma ormai era finita l’acqua santa”.
“Ci dissero che loro non rispondevano dell’operazione”. E qui la deposizione di Santini si fa più nebbiosa. Alla domanda sui motivi che indussero la Lega a quel rifiuto, l’ex presidente si limita a dire che “il mio emissario non me li ha riferiti”. Tocca all’avvocato di parte civile Carmelo Marcello prima e al giudice Francesco Caruso poi far uscire quel nome: “il mio direttore generale, Murolo”.
La difficoltà continua con la domanda e il nome successivo: Chi fece fallire il piano di salvataggio? “È un nome che non posso fare. Si tratta di una persona molto più in alto di Checcoli, al di sopra di Legacoop. Una persona che appartiene al livello superiore. Non posso dirlo”. È Giovanni Donigaglia, dal banco degli imputati, a sbottare: “Diglielo che è Consorte!”. Santini mormora: “Consorte disse questo, ma io non c’ero, c’era il mio direttore generale”.
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