Eventi e cultura
8 Agosto 2011
Lorenzo Mazzoni di ritorno dall’ex Jugoslavia è pronto per il suo nuovo reportage

Un ferrarese sulle tracce di Mladic

di Marco Zavagli | 4 min

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“Ci vediamo all’obitorio”. In quel saluto sbadato, detto da due anziani appena conosciuti in una locanda, sono condensati tutti e dieci i giorni dell’ultimo viaggio di Lorenzo Mazzoni.

Una gita più un viaggio per chi è abituato a passare settimane e mesi in ogni angolo del globo. “Ho abitato – scrive nel suo blog – a Londra, Parigi, Sana’a e Hurghada, e vagabondato, oltre che in Europa, in Marocco, Egitto, Turchia, Kurdistan, Yemen, Laos e Vietnam”.

Questa volta lo scrittore ferrarese, 37 anni e già con numerosi racconti e libri pubblicati alle spalle (tra cui “Il requiem di Valle Secca” – Tracce, 2006; finalista al Premio Rhegium Julii 2007 -, “Ost”, Melquìades, 2007, “Le acrobazie mentali di Ivan Mostarda”, Robin Edizioni, 2007, “Porno Bloc”, LineaBN Edizioni, 2009, oltre alla serie noir “Nero ferrarese”, con protagonista l’ispettore Pietro Malatesta), ha portato zaino e sacco a pelo a Belgrado e Sarajevo.

Il suo prossimo reportage racconterà di Serbia e Bosnia. Due Stati condensati in due città, due Stati uniti nell’alchimia del socialismo reale e sventrati dalla guerra fratricida della prima metà degli anni ’90. E quella guerra oggi è ancora presente. “Ma non nei volti o nei racconti delle persone – precisa Mazzoni -, bensì nei luoghi, nelle loro contraddizioni, nelle due facce di una stessa medaglia”.

Un esempio? “A Belgrado ogni bancarella presenta icone e spille con le tigri di Arkan, borsette della Seconda guerra mondiale, svastiche, tutto un tetro folklore che si dimentica quando si cammina lungo l’altra faccia della capitale serba. Qui la città si fa il maquillage e si presenta moderna, occidentale: feste sulle barche, mostre giorno e notte, locali internazionali con turisti dall’estero. Questo è il suo balcone sull’Europa. Ma dietro c’è subito il lato oscuro, costituito da edifici bombardati lasciati lì come monito”.

E “duplici” sono anche i suoi abitanti. “La maggioranza vuole dimenticare i crimini dei propri fratelli e dei vicini di casa. C’è però una costante. Difficilmente trovi qualcuno disposto a parlare di Arkan, la tigre dei Balcani, o di Mladic, accusato di genocidio dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia”.

Mladic è davanti ai giudici dell’Aia proprio per quanto successe nell’altra città visitata da Mazzoni, Sarajevo. La capitale della Bosnia venne annientata da tre lunghissimi anni di assedio tra il 1992 e il 1995. E oggi “è una città bellissima. Lo spirito è diverso. È stata completamente ricostruita”. Ma non ha dimenticato. Anche se a modo suo. “È toccante il museo della guerra – descrive lo scrittore, questa volta con gli occhi -. Ti trovi nel viale dei cecchini di fronte all’Holiday Inn, dove alloggiava la stampa internazionale durante l’assedio. È rimasto intatto, con il suo stile razionalista anni ’70, in pieno periodo titino”. E quella parte di storia, quella socialista, non è stata rimossa. È stata semplicemente appoggiata accanto all’altra. “Il convoglio che arriva da Belgrado attraversa il ponte sulla Drijna descritto da Ivo Andric. Attraversi quattro Stati in un’ora con un trenino che impiega nove ore e mezza per percorrere 200 km”.

E in quel tragitto ti capita di fermarti in una stazioncina di un paese, uno di quei borghi di cui Cervantes non vorrebbe ricordare il nome, persa nel nulla. “Credevo di essere in un film di Kusturiza: di fianco al busto di Tito e all’effigie della Stella Rossa era stato costruito il monumento ai caduti”. Perché “la Bosnia è fatta così, si convive con il passato. Laggiù ho letto la “guida della sopravvivenza a Sarajevo”, scritta in quegli anni da intellettuali locali, armati di un cinismo incredibile”. E quel passato ritorna. Inesorabile. “Ricordo che all’interno di un caravanserraglio mostravano il recente ritrovamento di una fosse comune, come se fosse un normale fatto di cronaca nera”.

Ma se il dolore non traspare dai volti, “è tangibile nelle pareti crivellate di proiettili, o nel mercato allestito davanti al muro con i nomi dei morti di guerra”. Vengono poi i piccoli particolari. Quelli che da soli bastano a capire che Sarajevo “è una città di sopravvissuti”. Oltre ai due anziani della locanda e al loro particolare augurio di ritrovarsi all’obitorio, Mazzoni ricorda quando camminava tra la folla nel viale che fu teatro di conquista dei cecchini. “A un certo punto a un bambino è esploso un palloncino. Al rumore dello scoppio sono stato l’unico a spaventarsi…”.

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