Cronaca
25 Giugno 2011
Decideva l'intero cda. Da Montanari, Checcoli e Consorte il “tradimento”

Coopcostruttori: Donigaglia non vuol fare il capro espiatorio

di Marco Zavagli | 5 min

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Le colpe erano di tutti. Tutti sapevano, tutti firmavano, tutti erano d’accordo. Non ci sta Giovanni Donigaglia a fare da parafulmine nella tempesta che ha investito la Coopcostruttori nei suoi ultimi anni di vita che precedono il fallimento.

Nell’aula B del tribunale di Ferrara è il giorno dell’esame dell’ex patron. E lui è un fiume in piena. Parla quasi ininterrottamente per sei ore e mezza. Sembra quasi che non aspettasse altro per gridare ancora la propria, parziale, verità. A cominciare da quella che riguarda i suoi ex amici, “diventati i miei più acerrimi nemici”. Nel libro nero finiscono Roberto Montanari, ex segretario regionale dei Ds e oggi consigliere regionali del Pd, l’ex senatrice Ds Silvia Barbieri, braccio destro di Fassino, l’ex sindaco di Argenta Andrea Ricci. “Da loro sono stato ingannato e tradito – lamenta l’imputato -. Secondo loro sono io la causa principale del dissesto”.

Ma non è il solo tradimento di cui parla l’ex patron. “Terribile” fu quello che imputa a Legacoop. Qui i nomi che scuce davanti al giudice Caruso (a latere Arcani e Attinà) sono quelli di Consorte, Carpanelli e Checcoli.

È il capitolo Finec, lo strumento operativo di Legacoop per correre in soccorso delle affiliate in difficoltà. Finec, Finanziaria nazionale dell’economia cooperativa, si interessa di Coopcostruttori nel ’97. “Doveva essere la principale attrice della nostra ristrutturazione – ricorda Donigaglia -; al vertice c’era Albertini, braccio destro di Consorte, area Unipol. Mi convocarono i vertici della Lega, Carpanelli e Checcoli. Proposero di vendere Assicoop. La Lega incassò dieci miliardi. Ma nemmeno una lira finì alla Coopcostruttori: mi dissero che noi eravamo in grado di resistere e che era necessario intervenire su Ravenna. Poi Consorte negò il finanziamento. Fu un tradimento terribile”.

La pm Ombretta Volta racconta una storia diversa, nata dalle testimonianze assunte fino ad oggi: “non vi dissero che la cooperativa era un’azienda decotta e che c’era un deficit di cui non vi rendevate conto?”. Nemmeno per sogno secondo Donigaglia. L’ex numero uno della cooperativa ribadisce che “fino a un’ora prima di andare in amministrazione controllata il buco non c’era. Tutti i cantieri erano accantierati. Lo stesso commissario Nigro descrive l’azienda come un treno in corsa. Poi il treno si schiantò contro un muro eretto da chi voleva abbatterci”.

Sono gli anni del dopo-Tangentopoli. I partiti di riferimento sembrano scaricare i pupilli di un tempo. Una regola che vale anche per la Coopcostruttori. Nata nel ’45 (“il 14 luglio, il giorno dell’attentato a Togliatti”), la Cooperativa Terra e lavoro ottiene dal Comitato di liberazione la concessione della fornace di Filo di Argenta. “Attraverso sacrifici enormi siamo riusciti a crescere. Il mio ufficio aveva le pareti di nylon. Arrivammo nel ’74 a incorporare altre cooperative del territorio in difficoltà”. Nasce la Coopcostruttori, che a metà degli anni ’80 è già ai vertici nazionali dell’edilizia. “Era la fede politica che ti portava avanti”. Nel frattempo Donigaglia diventa presidente nel’79, per succedere a Giulio Bellini, finito in parlamento. Eravamo tutti comunisti e socialisti”. La riprova si aveva nella composizione del cda: “sei Pci e tre Psi”.

“Furono le spinte politiche a farci assumere la ristrutturazione di aziende come Cercom a Comacchio e Felisatti a Ferrara”. Poi arriva il terremoto di tangentopoli. Per Donigaglia si aprono le porte del carcere e il clima attorno cambia.

E, coincidenza o meno, cambiano anche le basi della solidità aziendale. La pm Ombretta Volta cerca di ricapitolare gli anni del declino. A partire dall’emissione di Apc. Se ne parla nell’assemblea del 16 luglio del ’93. “Eravamo ben consapevoli che l’azienda necessitasse di investimenti – assicura Donigaglia -. Per poterli fare abbiamo deciso di emettere Apc, il cui ricavato è stato utilizzato esclusivamente per questo fine”

Un altro argomento spinoso è quello delle anticipazioni fatture. “Crediti futuri” secondo l’ex presidente, che ricorda come la legge preveda che “si possono cedere crediti anche prima della stipula dei contratti”. L’accusa però ribatte che delle oltre mille fatture anticipate ed esaminate dalla finanza, circa un quinto risulta non stornato né annullato”. “Perché una volta scattata l’amministrazione straordinaria (siamo quindi nel 2003, ndr), si bloccano i cantieri e con essi l’attività di recupero”, si difende Donigaglia. Eppure secondo la perizia del tribunale, “molte di queste fatture – incalza la Volta – risalgono agli anni tra il ’95 e il ’98: come può dire che è colpa dell’amministrazione straordinaria?”.

Ci si avvicina all’amministrazione straordinaria. La società di revisione Ria & Partner si dice impossibilitata a certificare le relazioni dei bilanci 2001 e 2002. “Un equivoco”, secondo l’ex patron.

E in questi anni di scelte strategiche chi prendeva le decisioni, si chiede l’accusa? Di tutto questo lui informava “cda e soci”, anche se nei verbali non risulta, “perché si trattava solo di fogli di sintesi; i discorsi che facevo erano più ampi”. Anche quando le società di revisione storcevano il naso davanti ai conti. “Io leggevo la relazione. In quei casi dicevo che le relazioni erano positive ma con dei rilievi. E i consiglieri erano soddisfatti. Alzavano la mano e approvavano”.

Una rivelazione importante per l’accusa, questa. “Le decisioni sul prestito sociale, sull’emissione di Apc, sulle strategie aziendali erano condivise – rincara la dose Donigaglia -. I verbali venivano firmati da presidente, segretario e consiglieri. Tutti erano d’accordo e io non ho istigato nessuno ad approvare le delibere. Il problema è che quando tutto andava bene allora si decideva assieme. Quando si inizia ad andar male allora le decisioni sono solo mie…”.

Una risposta che farà sfregare le mani al pubblico ministero, il cui impianto accusatorio si basa anche sull’associazione a delinquere (per sviluppare la quale occorrono almeno tre persone per il codice).

Ne sono consapevoli anche gli avvocati di parte civile Claudio Maruzzi, Carmelo Marcello, Gabriella Azzalli e Domenico Carponi Schittar che, dopo aver ascoltato “il racconto del mondo della cooperazione molto inquietante quanto ai rapporti fra certa politica e la cooperazione”, sottolineano come l’imputato “ha rivendicato una collegialità consapevole di tutte le decisioni prese dal consiglio di amministrazione, laddove ha preteso la lettura e la sottoscrizione da parte dei consiglieri dei verbali e dei libri degli inventari”.

Alle parti civili Donigaglia “è parso in difficoltà – proseguono Maruzzi e colleghi –  quando è stato sollecitato a fornire chiarimenti su molti aspetti relativi alla emissione delle Apc e sulla destinazione dei denari raccolti presso i soci, sui rendimenti promessi, e sulle dinamiche relative alla cessione dei crediti, che ha trovato “naturale” notificare ai direttori dei cantieri, piuttosto che agli enti appaltanti”.

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