Cronaca
5 Agosto 2023
Ai tre è stato dato l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, dopo la richiesta di revoca o modifica della misura cautelare avanzate dai loro legali difensori

Caporalato. Tolto il divieto di dimora ai tre pakistani indagati

di Davide Soattin | 3 min

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Non più divieto di dimora in provincia di Ferrara, ma obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per i tre uomini di nazionalità pakistana, tutti residenti tra Portomaggiore e Argenta, indagati in concorso per il reato di intermediazione illecita sfruttamento del lavoro nelle campagne del Ferrarese, a seguito delle indagini – coordinate dalla Procura e condotte dai carabinieri – a contrasto del caporalato nel mondo dell’agricoltura.

La decisione del pm Ciro Alberto Savino è arrivata ieri (4 agosto) dopo le richieste di revoca o modifica della misura cautelare avanzate dai loro legali difensori, gli avvocati Mariella Cicorella e Giovanni Sorgato, davanti al gip Silvia Marini, al termine dell’interrogatorio che si era tenuto al terzo piano del tribunale nella mattinata di giovedì 3 agosto.

In quella circostanza, l’avvocato Sorgato – che difende uno dei tre – aveva affermato: “Il mio assistito ha spiegato che i soldi che prendeva dagli operai erano per una serie di servizi che offriva loro. Lui lavora presso l’azienda di suo papà, dove fa l’impiegato, e per aiutare i suoi connazionali aveva preso un camioncino per portarli avanti e indietro. Da qui i soldi che chiedeva per pagare il reperimento del mezzo e il rifornimento. Inoltre dava loro un aiuto anche con le traduzioni dal pakistano all’italiano. Al giudice ha detto che non sapeva che qui in Italia era un reato fornire questo tipo di servizi e ha promesso anche di non farlo più“.

Dalle indagini dei carabinieri, nel corso di mesi di osservazioni, pedinamenti e intercettazioni, è emerso in particolare che i presunti caporali retribuivano i lavoratori spesso in nero e, comunque, in modo palesemente difforme dai contratti collettivi, riconoscendo al lavoratore una paga di circa 5/6 euro l’ora al posto di una spettanza pari a circa 10 euro, incamerando quindi la differenza a titolo di compenso per la mediazione con l’imprenditore agricolo. I lavoratori, perlopiù sprovvisti di conoscenza della lingua italiana, come detto prestavano la loro opera anche 7 giorni su 7, per 10/12 ore al giorno, senza poter usufruire di ferie, permessi, formazione sulla sicurezza, viste mediche periodiche, dispositivi di protezione e altri benefici previsti dalle norme e venivano indottrinati sulla versione da fornire in occasione delle eventuali verifiche da parte degli ispettori del lavoro.

È stata addirittura appurata l’esistenza di un sistema di sanzioni per i lavoratori che avessero denunciato la situazione alle forze dell’ordine o avessero avanzato contestazioni di qualsiasi natura, come lamentarsi del freddo o delle condizioni di lavoro, i quali venivano immediatamente privati della possibilità di lavorare. Anche in caso di malattia, le vittime erano costrette a lavorare comunque per non perdere l’impiego, lusso anche non avrebbero potuto assolutamente permettersi, avendo necessità di denaro per la loro sussistenza in Italia e per quella dei loro famigliari in patria.

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