“Come se avessi avuto la testa staccata dal corpo“. Utilizza questa immagine forte il 48enne Stefano Franzolin, per descrivere i momenti in cui, il 22 marzo 2021, con un cuscino, soffocò la madre Alberta Paola Sturaro, nella loro abitazione di via della Ghiara.
Ieri (giovedì 12 gennaio) l’uomo ha raccontato per la prima volta la propria versione dei fatti davanti alla Corte d’Assise, presidente la giudice Piera Tassoni con a latere Silvia Marini, al padre e ai suoi due fratelli Alessandro e Sonia (già sentiti nelle precedenti udienze, ndr), rispondendo – nonostante le evidenti difficoltà fisiche e mentali – alle domande della pm Ombretta Volta.
Alla base del gesto estremo – stando a quanto ha raccontato l’imputato, ripercorrendo mentalmente quegli attimi – ci sarebbero stati alcuni insulti che la madre gli avrebbe rivolto, dopo che, mentre stava bevendo, avrebbe fatto rumore. Tra questi, un “sei come tuo padre“. Un paragone che per l’uomo, che ha sofferto la separazione dei genitori e i loro contrasti e che è sempre stato molto legato alla donna, era sembrata un’offesa irrimediabile, tanto da sentirsi in quel momento “annebbiato“.
L’imputato, che nella propria deposizione ha anche sottolineato lo stato di disagio psicofisico che stava vivendo, accentuato dal fatto che “erano sei mesi che dormivo poco“, ha ricordato poi di essere “entrato in camera della mamma e, restando in piedi, di essermi messo sopra di lei col cuscino. Poi sono svenuto e sono caduto per terra e, quando mi sono risvegliato, avevo freddo“.
Domande dalla pm Ombretta Volta all’indirizzo dell’uomo sono arrivate anche circa il contenuto della lettera che sarebbe dovuta essere stata inviata all’avvocato Alberto Bova, ritrovata in cucina e presa dai carabinieri, e che Franzolin avrebbe “scritto – come lui stesso ha affermato – sotto dettatura, su indicazione di mia sorella” perché “io ero in uno stato in cui non riuscivo a capire cos’era successo“, il cui contenuto suona come una confessione di quanto accaduto.
“Stamattina, lunedì 22 marzo di mattina, Stefano – recita la missiva, letta in aula dal giudice Tassoni – ha litigato con la mamma per la questione dei pagamenti Mav per l’auto. Stefano ha sbroccato. C’è stata una collutazione tra Stefano e la mamma. Da tempo, la mamma non ce la faceva più. Era esausta della situazione e di tre figli rompicoglioni. Aveva male ai piedi, alla braccia e alla schiena. Omicidio-suicidio“.
Un passaggio, quest’ultimo, che farebbe riferimento alla minaccia di uccidersi che Franzolin avrebbe formulato nei confronti della sorella poco prima, tanto da istruire i due fratelli su bollette e funzionamento della caldaia dopo la sua scomparsa, a cui però la donna – secondo la versione dell’imputato – avrebbe risposto con “io non voglio sapere niente, non voglio avere problemi, non ti faccio il funerale“.
L’esame si è poi concentrato sulla gestione delle finanze di Alberta Paola Sturaro, già al centro dell’ultima udienza, in cui a deporre fu la sorella di Franzolin. “Accompagnavo mia madre a fare le operazioni bancarie – ha spiegato l’uomo – perché con me si sentiva più sicura. Mi chiedeva che l’accompagnassi quando doveva andare in banca per la sua sicurezza” e alla domanda se avesse usato il bancomat della donna per pagare le sue spese, la risposta è stata: “No, perché io avevo la mia banca“.
La parola è successivamente passata all’avvocato Alberto Bova, difensore di Stefano Franzolin, che al proprio assistito ha chiesto chiarimenti sulle dinamiche familiari tra i tre fratelli: “Io sono sempre stato vicino alla mamma perché vedevo la fatica che faceva. Fino al periodo del Covid, mia sorella spesso era fuori Ferrara. Rientrava un mese e mezzo a semestre, mentre mio fratello era in casa con me, ma era come se non ci fosse. L’unica cosa che faceva era andare a fare la spesa, ma la mamma era scontenta di come la faceva”.
Franzolin ha poi fatto un esempio per spiegare i rapporti col resto della famiglia: “Quando la operarono a Vicenza, l’accompagnai io. Chiesi ai miei fratelli di venire là a trovarla. Alessandro mi disse di no perché l’ospedale non gli piaceva, mentre Sonia mi disse che non poteva venire perché aveva il negozio”.
All’avvocato Pier Guido Soprani, che oggi difende Sonia e Alessandro Franzolin, costituitisi parte civile, è successivamente toccato svolgere il controesame, ma durante le domande del legale, l’imputato si è bloccato, non riuscendo più a parlare. Il giudice ha deciso così di sospendere la deposizione.
Nel corso dell’udienza è stato anche sentito lo psichiatra Paolo Verri, già autore della perizia a Michele Cazzanti, l’omicida di piazzetta Schiatti, che è stato nominato consulente di parte della difesa al posto di Renato Ariatti. L’esperto, nella propria consulenza, ha sostenuto che l’uomo, al momento del fatto era incapace di intendere e di volere, e non solo semi-incapace come, invece, lo aveva definito la psichiatra Giuseppina Meloni evidenziando “una capacità d’intendere e volere fortemente scemata“.
Nello specifico, il dottor Verri ne traccia un profilo psicotico cronico, in cui il reato “è da inquadrarsi come l’apice di uno scompenso psicotico acuto, emotivamente attivato, per cui il problema se Franzolin avesse le capacità di intendere e volere conservate o meno è del tutto pleonastico”. L’uomo, infatti, “non era nelle condizioni psichiche di controllare né la sua volontà né la sua intenzionalità, essendo venute meno le capacità critiche e di giudizio”.
A tal proposito, nella prossima udienza, fissata per il 25 gennaio, la giudice Piera Tassoni ha riconvocato per chiarimenti la psichiatra Giuseppina Meloni, che sarà nuovamente ascoltata, mentre il 3 marzo è in programma una nuova udienza in cui si dovrebbe proseguire con la discussione.