Lettere al Direttore
29 Ottobre 2026

I giovani e il futuro che non attende più

di Redazione | 5 min

Quando crescevamo, il futuro sembrava precederci. Non era uguale per tutti, naturalmente: c’erano già disuguaglianze, ostacoli, destini decisi dal luogo in cui si nasceva. Eppure molti di noi avevano la sensazione che, studiando e lavorando, un posto nel mondo si sarebbe trovato. Il futuro era una promessa, magari modesta, ma riconoscibile.

Oggi, per molti giovani, quella promessa si è fatta incerta. Il futuro non sembra più attenderli: va conquistato contro il caro degli affitti, il lavoro precario, una scuola che fatica a offrire a tutti le stesse possibilità, un ambiente impoverito e un mondo che torna a investire nella guerra. È anche questa la domanda che attraversa le piazze, dalla Francia all’Italia: che cosa avete fatto del nostro domani?

In Francia la protesta è nata dalle condizioni concrete della scuola: la mancanza di insegnanti, le classi affollate, gli edifici trascurati, la pressione legata all’accesso all’università. Poi si è allargata, coinvolgendo liceali, universitari, insegnanti e sindacati in molte città. La scuola è diventata il luogo da cui interrogare le priorità di un’intera società: che valore ha l’istruzione pubblica, se mancano le risorse per garantirla? Quale uguaglianza si promette, se l’origine sociale continua a pesare sulle opportunità?

Anche in Italia, dopo le occupazioni e le assemblee in diversi istituti, il 16 ottobre studenti e docenti sono scesi in piazza in numerose città. Alle condizioni degli edifici scolastici e al costo dello studio si sono intrecciate altre questioni: la guerra, il riarmo, il clima, l’accoglienza. Sono rivendicazioni diverse, espresse da movimenti diversi, che tuttavia mettono in discussione una stessa distribuzione delle risorse e delle possibilità.

Non dovremmo stupirci se una generazione guarda insieme a ciò che accade nella propria aula e a ciò che accade nel mondo. Per anni abbiamo visto ragazze e ragazzi scioperare per il clima, chiedendo agli adulti di riconoscere la responsabilità di un modello di sviluppo che consuma le risorse comuni. Troppo spesso li abbiamo accolti con un sorriso di circostanza, come si fa con una protesta ingenua e destinata a passare. Intanto la domanda rimaneva senza una risposta all’altezza: quale pianeta lasciamo a chi verrà dopo di noi?

Nelle manifestazioni per la Palestina molti giovani hanno posto un’altra domanda, che riguarda il valore delle vite umane e la capacità dell’Europa di non voltarsi dall’altra parte. Il 10 ottobre, in numerose città italiane, realtà palestinesi, associazioni e collettivi studenteschi hanno chiesto la protezione dei civili, l’accesso agli aiuti e la fine delle operazioni militari a Gaza. È una partecipazione che ci obbliga a riconoscere nei giovani una sensibilità politica capace di guardare oltre il proprio interesse immediato.

E noi adulti? Per molto tempo abbiamo descritto queste generazioni come indifferenti, ripiegate su se stesse, prigioniere degli schermi e incapaci di impegno. Ora che riempiono le strade rischiamo di non riconoscerne la voce, o di ascoltarla soltanto quando assume i toni della rabbia.

Gli scontri e i danneggiamenti che hanno accompagnato alcune proteste sono fatti reali e vanno giudicati per quello che sono. La violenza non costruisce di per sé una risposta politica e può ferire persone, oscurare le ragioni di chi manifesta, allontanare possibili alleati. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ridurre un movimento alle immagini dei suoi momenti più drammatici. Una democrazia deve saper distinguere le responsabilità individuali e, insieme, interrogarsi sulle domande collettive che arrivano dalla piazza.

Forse non li abbiamo sentiti arrivare perché avevamo smesso di tenere l’orecchio a terra. Abbiamo chiesto loro di essere flessibili, competitivi, resilienti; di adattarsi a un mondo che noi stessi presentavamo come inevitabile. Li abbiamo invitati a desiderare merci e marchi come segni di riconoscimento, mentre diventava sempre più difficile immaginare un progetto comune. Ma una vita non può essere soltanto una successione di prestazioni, acquisti e contratti.

I fari sulla scena collettiva sembravano essersi spenti. Le grandi narrazioni che promettevano emancipazione si sono consumate e non ne abbiamo costruite altre capaci di parlare alle nuove generazioni. La politica fatica a rappresentarle, la scuola riceve il compito di formarle senza sempre disporre dei mezzi e del tempo per farlo. Genitori e insegnanti si trovano spesso soli davanti a un copione che è cambiato.

Eppure educare non significa soltanto preparare qualcuno a trovare il proprio posto. Significa anche offrirgli i saperi per comprendere il mondo, la fiducia per discuterlo, gli strumenti per trasformarlo insieme agli altri. Una scuola degna di questo nome ha bisogno di edifici sicuri e insegnanti sostenuti, ma anche di tempo per la cultura, il confronto e la cittadinanza. Deve poter accogliere chi viene da lontano e insegnare che le differenze non sono una minaccia da amministrare, bensì una realtà con cui imparare a crescere.

Le piazze non consegnano già scritto il programma del futuro. Portano contraddizioni, linguaggi che possono dividerci, domande alle quali non è facile rispondere. Ma ci ricordano che il futuro non è una faccenda privata, da contrattare ciascuno per sé. È una responsabilità comune, che passa dalle scelte sull’istruzione e sul lavoro, dall’ambiente, dalla pace, dalla qualità della nostra convivenza.

Ai giovani non serve che gli adulti promettano un mondo perfetto. Serve che smettano di trattare il domani come una risorsa da consumare oggi. Serve una promessa credibile, da costruire insieme: una società nella quale valga la pena crescere, prendersi cura gli uni degli altri e partecipare.

Se vogliamo lasciare un testimone alle nuove generazioni, dobbiamo prima tornare a cercarlo. Forse i ragazzi che sono scesi in piazza ci stanno chiedendo proprio questo: di riaccendere i fari, perché la scena della vita torni a essere una scena collettiva.

Giovanni Fioravanti

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