Lettere al Direttore
31 Ottobre 2026

C’era una volta la corrieraSTRAvagante

di Redazione | 4 min

Quando ho sentito annunciare l’avvio a Ferrara di un NAM, Nucleo Anti Maranza, mi è tornata in mente la corrieraSTRAvagante. Parliamo di una trentina d’anni fa. In tante città sono nati, in quegli anni, interventi di educazione di strada, e questo era il nostro.

Scritta tutta attaccata, poteva essere letta come Corrierastra Vagante o come Corriera Stravagante. La guidavano gli operatori di Area Giovani, un servizio del Comune di Ferrara rivolto agli adolescenti, coordinato per un po’ di tempo dal Servizio per le Tossicodipendenze dell’Asl in chiave preventiva. Su e giù per i quartieri gli educatori della Corrierastra raggiungevano i gruppi informali. C’erano i ragazzi che “facevano fuoco” a scuola, quelli che disturbavano gli anziani nel centro cittadino con i loro skateboard, gli altri che occupavano con la loro irrequietezza le periferie. Se era presente una rete – con le famiglie, le associazioni, le scuole… – si faceva di più e meglio, ma la rete poteva essere suscitata o risvegliata dove era dormiente.

L’approccio era composto di poche semplici azioni rivolte ai ragazzi: incontrare; ascoltare, senza pregiudizi ma con una intenzionalità educativa chiara; provare a comprendere. In ultima analisi, avvicinare le istituzioni, vissute in adolescenza come estranee se non ostili, e farle diventare interlocutori interessati e affidabili in un progetto comune, dalla festa di quartiere a qualcosa di più. Interlocutori, beninteso. Non burattini, salvadanai, fatine dei denti o carte di credito senza tetto di spesa. Piuttosto, amministratori di una città che è di tutti coloro che la abitano e vuole, e può, e deve, lavorare per la convivenza.

Cos’è successo allora? Il gruppo rumoroso e un po’ sfaccendato, con una telecamera in mano e il giusto accompagnamento educativo, si metteva in ricerca e provava a leggere, a descrivere il territorio. I ragazzi con lo skate che invadevano il centro o altre piazze contribuivano a progettare uno Skatepark e a prendersene cura. In questi casi il processo conta più del risultato. Un regista di professione forse avrebbe girato un video migliore, e senza i tecnici non si sarebbe arrivati allo Skatepark, ma che fossero i giovani, quei giovani, a leggere il territorio produceva interesse, rispetto, appartenenza. Cambiava il loro modo di percepire se stessi e gli altri. Trasformava, negli adulti e negli anziani, lo sguardo sui giovani.

“Chi può parlare ascolta più profondamente”, scriveva ancor prima il filosofo antifascista Aldo Capitini, fondatore del Movimento Nonviolento. E lo sperimentava nei Centri di Orientamento Sociale, di cui ancora si parlerà, perché la democrazia e la partecipazione si imparano praticandole. Mai darle per scontate, lo vediamo bene, gli sforzi vanno rinnovati continuamente anche nel lavoro con i giovani perché gli adolescenti di allora saranno ormai genitori, e questi adolescenti sono diversi per esigenze e difficoltà, opportunità e trasgressioni.

Niente social, negli anni Novanta, lo so. C’erano meno migranti e la benzina era meno cara, so anche questo. Ma ricordo bene, e a guardarli da vicino saltava agli occhi, che gli sfaccendati erano tali anche in quanto nessun adulto li aveva mai presi sul serio. L’ho riscontrato infinite volte negli anni a venire, e credo che questo sia ancora vero. A furia di sentirsi insignificanti, si può finire per commettere qualche sciocchezza pur di prendersi quella visibilità che, oggi più di allora, sembra l’unica prova d’esistenza. Basterebbe rovesciare il paradigma per avere qualche possibilità di incontrarli davvero, gli adolescenti. Un’azione educativa non può nascere “contro”.

A mio avviso non c’è relazione adulti-adolescenti che non sia educativa almeno in senso lato. Questo non vale solo per genitori e insegnanti, avviene anche implicitamente, perfino se non si vuole. Nel momento in cui entrano in contatto con i ragazzi, gli adulti rappresentano un esempio possibile, mostrano un modo di stare nel mondo. Figuriamoci poi se hanno un ruolo. Una divisa, una carica, una responsabilità.

Un genitore, un insegnante che fosse, a priori, “contro” gli adolescenti di cui si occupa, che risposta potrebbe aspettarsi? Non certo l’ascolto, né il rispetto. L’obbedienza forse, quando i rapporti di forza lo impongono. Ma, allora, la ribellione o la furbizia appena girate le spalle. E dunque, perché un’azione pubblica dovrebbe avere miglior fortuna, in questa sorta di “genitorialità sociale” che agli adulti è richiesta, se fin dal nome si pone dichiaratamente contro?

Insomma, non intendo dire che riproporre oggi la formula di trent’anni fa dissolverebbe magicamente i comportamenti devianti che vediamo in una parte dei giovani. Tra l’altro i gruppi si convocano per lo più online, per cui bisognerebbe essere presenti anche nelle piazze virtuali (e non parlo di fare gli infiltrati: al controllo pensano le forze di polizia). Ci sarebbe tutto da aggiornare, da rivedere in concreto. Ma non il paradigma.

Tanti insegnanti lo praticano, e anche tanti genitori, educatori, operatori sociali e giudici minorili. Il paradigma che va verso, e non contro, non è “fai quello che vuoi tesoro, per me va bene tutto”. È “stai crescendo, hai tante competenze e tante ancora ne avrai, come adulto ti sono accanto perché sei importante”.

Forse in questo ingaggio sincero ci sarebbe, tra i ragazzi e le ragazze, chi sente lo scarto e alza gli occhi. Rimette il cellulare nello zaino.

Elena Buccoliero

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