Lettere al Direttore
20 Ottobre 2026

Insulti e comportamenti inaccettabili sui campi di calcio giovanile

di Redazione | 4 min

Gentile Redazione,

scrivo per portare all’attenzione dell’opinione pubblica un episodio che ritengo meriti una riflessione seria, perché riguarda un aspetto sempre più preoccupante dello sport giovanile: la mancanza di rispetto nei confronti degli avversari e di chi è chiamato a dirigere una partita.

Durante una partita di calcio giovanile, disputata nel Centese in campo sintetico, categoria Allievi under 16 interprovinciali, la tifoseria della squadra di casa, composta anche da giocatori tesserati della stessa società, si è resa protagonista di un tifo caratterizzato da pesanti insulti rivolti ai ragazzi della squadra avversaria, in particolare al portiere, e all’arbitro.

Non stiamo parlando di un semplice sfottò o di un momento di entusiasmo agonistico. Quando dagli spalti arrivano offese pesanti rivolte a ragazzi che scendono in campo per giocare, divertirsi e mettersi alla prova, si supera un limite che non dovrebbe mai essere oltrepassato.

E quando a comportarsi così sono anche ragazzi tesserati, che dovrebbero conoscere e rappresentare i valori dello sport, la situazione diventa ancora più grave.

Il calcio giovanile dovrebbe essere un luogo di crescita, educazione, sacrificio e rispetto. Dovrebbe insegnare ad accettare una sconfitta, a riconoscere il valore dell’avversario e a sostenere i propri compagni senza umiliare gli altri.

Invece, episodi come questo rischiano di trasmettere ai giovani un messaggio completamente opposto: che vincere conti più della dignità delle persone e che insultare sia un comportamento normale.

Mi chiedo quale insegnamento possa trarre un ragazzo quando vede altri giovani insultare pesantemente un avversario o un arbitro senza apparenti conseguenze. E mi chiedo anche quale sia il messaggio che arriva al ragazzo che si trova dall’altra parte, costretto a subire quelle offese mentre cerca semplicemente di fare il proprio dovere e giocare la sua partita.

Il problema non riguarda soltanto il singolo episodio, ma la responsabilità educativa che dovrebbero assumersi società sportive, dirigenti, allenatori e famiglie. Il tesseramento non dovrebbe essere soltanto un’iscrizione formale a una squadra: dovrebbe comportare anche il rispetto di regole, avversari, arbitri e valori sportivi.

Per questo ritengo importante che episodi simili non vengano liquidati come normali dinamiche del calcio o come semplice rivalità. Gli insulti pesanti non sono tifo, non sono passione e non sono agonismo.

Sono comportamenti che devono essere riconosciuti e affrontati con serietà. Con questa lettera non intendo alimentare polemiche tra società o trasformare lo sport in uno scontro tra tifoserie.

Vorrei, al contrario, richiamare l’attenzione su una questione che riguarda tutti: il diritto dei ragazzi di praticare sport in un ambiente sano, nel quale possano sentirsi rispettati e protetti. Perché un ragazzo dovrebbe poter uscire da un campo da calcio ricordando una bella partita, una parata, una sfida combattuta o una lezione imparata. Non dovrebbe portarsi a casa il ricordo di insulti ricevuti da altri ragazzi che, come lui, dovrebbero condividere la stessa passione.

Il calcio giovanile ha bisogno di educazione, non di umiliazioni. Di esempi, non di insulti. Di adulti e società capaci di intervenire, non di silenzio e indifferenza. Mi auguro che questa testimonianza possa contribuire ad aprire una riflessione concreta e che le società sportive si impegnino affinché il rispetto non resti soltanto una parola scritta sui regolamenti, ma diventi una regola fondamentale da applicare dentro e fuori dal campo.

Per questo chiedo pubblicamente:

  • Alla società ospitante, di prendere posizione sull’accaduto, verificare i comportamenti dei propri tesserati e adottare le misure educative adeguate.
  • Ai dirigenti e agli allenatori, di assumersi pienamente la responsabilità educativa che il loro ruolo comporta, senza minimizzare gli episodi di offese e intimidazioni.
  • Agli organismi calcistici competenti, di verificare quanto accaduto, valutare eventuali responsabilità secondo i regolamenti, intervenire affinché simili comportamenti non vengano tollerati e applicare le misure disciplinari eventualmente necessarie.
  • Alle famiglie e a tutti coloro che frequentano i campi sportivi, di interrogarsi sull’esempio che viene dato ai ragazzi e sul tipo di ambiente che si sta contribuendo a costruire.

I genitori che credono che il silenzio, la minimizzazione e il classico «sono cose che succedono nel calcio» non possono più essere una risposta accettabile.

Un genitore che crede nei valori dello sport e nel rispetto dei ragazzi

Grazie per aver letto questo articolo...

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