di Riccardo Giori
“Non torneremo indietro”, è questo il grido che si leva dal corteo del Pride di Ferrara che ha portato in piazza un’agenda che va oltre le rivendicazioni della comunità queer. Diritti Lgbtqia+, Palestina e disuguaglianze sociali, queste le tematiche di una manifestazione che conclude un mese di ottobre dedicato a workshop e incontri, organizzati per rafforzare la comunità queer e trans di Ferrara e provincia. Durante il corteo – partito da piazza Ariostea e concluso al parco del Montagnone – sono intervenuti anche rappresentanti di altre realtà, tra cui Open Up, organizzatrice del Comacchio Pride, e il Milano Pride. Al centro degli interventi la critica alla strumentalizzazione dei diritti Lgbtqia+ da parte delle aziende e della politica.
“La comunità queer non esiste solo durante il mese del Pride” ha dichiarato un attivista, “non è un token che le aziende possono usare a loro piacimento per attirare consenso, così come la lotta transfemminista non deve essere vincolata a giorni specifici del calendario”. Dure anche le critiche al governo, accusato di alimentare paura e divisioni: “c’è chi usa le persone trans per alimentare la paura, chi trasforma i nostri corpi in un avversario e chi si richiama alla nostra liberazione soltanto quando è utile alla propria immagine”. Il messaggio rivolto alle istituzioni è stato netto: “Amare è un diritto. Essere se stessi è un diritto. Essere rispettati è un diritto e vogliamo dirlo anche alla classe politica che governa il nostro Paese. Nessuno può fermare il cambiamento che è già iniziato anni fa”.
Non solo diritti civili, ma anche internazionalità delle lotte, il corteo ha infatti legato le rivendicazioni transfemministe alle lotte internazionali contro guerra e oppressione, dedicando ampio spazio al genocidio in corso in Palestina. “Scendiamo in piazza per chi non si sente libero di amare, di vivere la propria identità, di essere semplicemente se stessa. E scendiamo in piazza anche per chi non può o non vuole essere qui oggi. Il Pride significa prendere posizione davanti alle ingiustizie che attraversano il mondo”, hanno dichiarato le attiviste. Riccardo, di Link Bologna, ha poi ribadito che “l’intersezionalità per noi non è uno slogan, è una pratica politica. Oggi non possiamo parlare di liberazione queer e giustizia sociale senza alzare la voce per la Palestina”. Nel suo intervento ha condannato il pinkwashing del governo israeliano e chiesto l’interruzione degli accordi tra gli atenei di Bologna e Ferrara con le aziende belliche e le istituzioni accademiche israeliane considerate complici delle violenze contro i palestinesi.
Tra i temi affrontati anche scuola e università, contestate per i definanziamenti e per un modello fondato, secondo le manifestanti, sulla competizione individuale. “Nessuna di noi è libera finché non saremo tutte libere. Invece del merito e della competizione, pretendiamo che la funzione centrale della formazione sia la cura collettiva, il benessere psicologico ed emotivo della comunità studentesca e il rispetto delle vite di ciascuno”. Gli interventi hanno richiamato anche le proteste nel Sud Italia contro il carovita e il caro carburante, rimproverando il governo di non darvi adeguato spazio nel dibattito pubblico e di concentrarsi su temi come la salute del Papa e il caso Garlasco.
Il filo conduttore della manifestazione è stato il rifiuto di separare i diritti civili dalle condizioni materiali di vita e dalle altre forme di oppressione. Una mobilitazione che, nelle intenzioni delle organizzatrici, non si esaurisce con la giornata del Pride, ma prosegue nell’attività politica e nella costruzione di una comunità capace di sostenersi. La promessa affidata alle parole finali è anche un impegno per il futuro: “Non torneremo indietro. Continueremo a scendere in piazza, a far sentire la nostra voce e a costruire un futuro nel quale nessuno debba più chiedere permesso per essere se stesso”.