Lettere al Direttore
10 Ottobre 2026

Una crocetta

di Redazione | 3 min
Solo una crocetta messa su un modulo dalla Medicina Legale. Due lineette che si incrociano e che finiscono sulla casella: NON ha capacità deambulatoria impedita/sensibilmente ridotta. La risposta è finalmente arrivata dopo 30 giorni di attesa.

Ma forse, in quella crocetta, manca la vita di tutti i giorni, dietro quelle due lineette ci sono delle persone.

C’è un’anziana fragile, con difficoltà evidenti nel camminare e una demenza che rende gli spostamenti fuori casa difficili, faticosi e, in alcune situazioni, anche rischiosi, e ci sono delle figlie che accompagnano, organizzano, e cercano di prevedere gli imprevisti e provano ogni giorno a rendere possibile una vita normale dentro una situazione che normale non è più.

Prima ancora di uscire bisogna pensare a dove parcheggiare. Andare in avanscoperta, studiare la zona. Cercare di capire quanto sarà lontano il posto auto. Sperare di trovare qualcuno che possa aiutare nell’accompagnamento.

E poi arriva il momento di parcheggiare. E può succedere di dover lasciare la mamma sola, magari davanti a un ingresso, mentre si cerca un posto. Sono pochi minuti, forse. Ma per chi assiste una persona con demenza che ha anche difficoltà deambulatorie possono sembrare interminabili.

Si cerca parcheggio e intanto si pensa: si sarà spostata? Si ricorderà dove deve aspettare? Se si sposta senza aiuto potrà cadere, perdere l’equilibrio? E allora si corre. Si corre con l’ansia addosso, con la paura di non trovarla dove l’avevamo lasciata, o peggio di trovarla a terra.

Questa è la realtà che una crocetta non racconta.

Non racconta la fatica di chi accompagna.

Non racconta la paura.

Non racconta le ore passate a organizzare una visita che, per chiunque altro, sarebbe una cosa semplice.

Non racconta quella particolare solitudine di chi si prende cura di una persona fragile …una solitudine istituzionalizzata.

E allora vorrei provare a spiegare una cosa molto semplice. Il contrassegno non sarebbe stato una comodità. Non era il desiderio di avere un posto auto più vicino.

Era la richiesta di uno strumento che avrebbe potuto rendere più sicuri e dignitosi gli spostamenti di una persona fragile e, contemporaneamente, alleggerire almeno un poco il peso di chi se ne prende cura.

Non chiedevamo  un privilegio, chiedevamo un aiuto.

Chiedo che, quando si valuta una condizione di fragilità, si debba vedere anche ciò che succede fuori da una stanza, fuori da un ambulatorio, fuori da un modulo.

Perché la disabilità e la fragilità non sono sempre racchiuse in ciò che una persona riesce o non riesce a fare in pochi minuti davanti a chi la sta valutando.

A volte si manifestano nel momento in cui bisogna uscire di casa. Nel momento in cui bisogna attraversare una strada. Nel momento in cui bisogna accompagnare una persona che non sa più orientarsi.

Nel momento in cui il caregiver deve scegliere se lasciare l’anziano ad aspettare oppure rischiare di farlo camminare più del possibile.

È lì che la fragilità diventa concreta.

E forse è proprio questo che vorrei arrivasse attraverso questa lettera: dietro una crocetta c’è sempre una persona, una madre che ha bisogno di essere accompagnata e delle figlie che accompagnano, ma che avrebbero bisogno, di sentirsi accompagnate dal sistema.

Perché prendersi cura di qualcuno non dovrebbe significare essere lasciati soli.

E una crocetta, per quanto piccola possa sembrare, può fare la differenza tra una difficoltà gestibile e un’altra giornata trascorsa a chiedersi: “Come faccio questa volta?”

Patrizia Turchi

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