Lettere al Direttore
9 Ottobre 2026

Le nostre pinete del Delta del Po

di Redazione | 3 min

Gentile Direttore,

come hanno ben descritto nel libro “Il Parco, prima del Parco” gli autori Pietro Pigozzi e Moreno Po, l’idea di “Parco” ha iniziato a prendere forma dopo l’incontro di Italia Nostra del 1968 a Pomposa, cui seguirono diversi altri incontri a livello politico, tra i quali la seduta pomeridiana presso il castello di Ferrara della Giunta, presieduta da Giuliano Domenicali, nel corso della quale il vice sindaco di Mesola, Oreste Zagatti si domandava, provocatoriamente, se il Piano pilota avesse “il fine di sviluppare economicamente e socialmente la nostra zona”; l’amministratore mesolano paragonava l’idea di Parco alla riforma agraria “scuotendo la testa” per la delusione, esortando poi a muoversi con impegno per valorizzare il castello di Mesola, il Po, l’abbazia di Pomposa, Torre Abate, il Gran bosco della Mesola, le suggestive pinete, concludendo: “questi beni storici e naturali, che il tempo e l’uomo ci hanno lasciato, devono servire all’uomo per sviluppare e creare attorno a sé ragioni di vita!”

Questo avrebbe dovuto essere lo spirito e lo scopo di un Parco!

A mezzo secolo di distanza da quelle parole illuminate, sintomo di affezione ed attaccamento per il proprio territorio, dobbiamo prendere atto che lo scopo del Parco è completamente deragliato, rispetto alle premesse iniziali.

La genesi molto lenta e sofferta del Parco regionale del Delta del Po, vede il territorio mesolano consegnato all’incuria ed al degrado, se guardiamo le nostre pinete ed il Gran bosco della Mesola. Quello che doveva rappresentare il cuore del Parco emiliano romagnolo, nella realtà odierna è diventata un’appendice di territorio molto marginale, e trascurato, di un’area regionale assoggettata al Parco a macchia di leopardo, con zone non contigue né territorialmente, né ambientalmente. In realtà il parco vero e proprio abbraccia un’area geografica sovraregionale.

Tuttavia la prima ed unica stazione del Parco regionale è stata, per molti anni, quella istituita a Mesola, Goro, Volano.

Purtroppo, i risultati di tali scelte politiche calate dall’alto, oggi sono sotto gli occhi di tutti. Il Parco ha vincolato il nostro territorio e per ottenere un suo parere occorre attrezzarsi di infinita pazienza per le lungaggini burocratiche ed amministrative; i nostri boschi e le pinete giacciono in completo degrado senza alcuna manutenzione programmata; gli interventi sono limitati solo alle emergenze, come abbiamo visto di recente per un problema sollevato da ANAS per la pericolosità di alberature in prossimità della statale Romea, oppure di piante pericolanti all’ingresso della foresta demaniale Gran bosco della Mesola, abbattute con l’intervento dei Vigili del Fuoco. Le uniche bellezze curate sono quelle di proprietà privata, sia pure con limitazioni, come Valle Bertuzzi: valle da pesca ben curata e ben condotta dalla proprietà ma, praticamente invisibile, dalla strada panoramica che la costeggia, per la presenza di folta vegetazione, dalla quale è molto probabile possa sbucare d’improvviso uno dei numerosissimi daini presenti in zona, con grave pericolo per la circolazione stradale. La Provincia ha provveduto a tabellare con segnali di pericolo la strada provinciale, limitando la velocità a 50 Kmh, ben sapendo che, anche a quella velocità, in caso dì impatto con l’ungulato, si correrebbe un grave pericolo, con danni certi all’auto o alla motocicletta.

Le nostre pinete, una volta vanto anche delle popolazioni locali, sono ridotte ad ammassi vegetali in precario equilibrio infestate da piante non autoctone e che nulla hanno a che vedere con l’impianto originario di oltre un secolo fa di pino domestico, messo a dimora dalla proprietà dell’epoca, la S.B.T.F.

Lucio Maccapani

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