Gli episodi avvenuti nei giorni scorsi all’interno del liceo Ariosto e davanti alla stazione ferroviaria ci consegnano una Ferrara che non possiamo limitarci a raccontare attraverso la cronaca.
Prima di tutto voglio esprimere la mia vicinanza alle persone ferite, alle loro famiglie e alle comunità coinvolte. Sono episodi diversi, con dinamiche e responsabilità che devono essere accertate, ma che nello stesso giorno hanno riportato al centro una questione che Ferrara non può più rinviare.
Da una parte c’è una zona Gad e stazione che continua a vivere luci e ombre. Gli interventi e i controlli ci sono, e di questo ringrazio le forze dell’ordine per il lavoro che stanno svolgendo, ma evidentemente non sono ancora sufficienti a restituire a tutti la percezione di una zona pienamente sicura e vissuta. Dall’altra c’è una ferita forse ancora più difficile da accettare: quella inferta nel cuore del nostro futuro, la scuola.
Di fronte a quanto accaduto all’Ariosto è giusto interrogarsi anche sulla sicurezza degli accessi. Ma sarebbe un errore pensare che la risposta possa esaurirsi nei metal detector.
La sicurezza di una scuola significa anche edifici adeguati, accessi controllabili, citofoni funzionanti, sistemi di apertura e chiusura efficienti, videosorveglianza dove necessaria, spazi che permettano di prevenire e non soltanto di intervenire dopo un episodio. E significa soprattutto una comunità scolastica che non venga lasciata sola.
Ma c’è una domanda ancora più profonda: questi fatti ci chiedono soprattutto una cosa: tornare a sentirci comunità.
Non possiamo pensare che la scuola sia l’unica responsabile di ciò che accade ai nostri ragazzi. Famiglie, istituzioni, associazioni sportive e culturali, servizi sociali, comunità educative: tutte quelle che un tempo avremmo chiamato “agenzie educative” devono sentirsi coinvolte. Instauriamo un dialogo, costruiamo una relazione, dobbiamo investire tempo e risorse nell’impostare percorsi di maturazione dei nostri ragazzi che rappresentano il futuro della nostra città.
Non possiamo sentirci a posto con la nostra coscienza se una generazione – fortunatamente solo in parte – arriva a considerare normale avere un coltello in tasca o utilizzare la violenza per affrontare un conflitto.
Per questo la mia idea di sicurezza per Ferrara parte da qui: più presenza sul territorio, più prevenzione, scuole più sicure, spazi pubblici più curati, servizi capaci di intercettare il disagio e una rete educativa che non lasci sole le famiglie.
Non dobbiamo scegliere tra sicurezza e inclusione, tra controllo ed educazione. Una città davvero sicura deve saper fare entrambe le cose.
E soprattutto deve avere una visione: non aspettare la prossima emergenza per intervenire, ma costruire oggi le condizioni della Ferrara che vogliamo lasciare ai nostri figli.
Alessandro Talmelli