Domenica sera, alle 19, Spazio Libri ha ospitato la presentazione di “Caro Parlamento” (Editoriale Scientifica), il libro firmato da Mauro Palma, Daniela de Robert ed Emilia Rossi che raccoglie le relazioni annuali presentate al Parlamento dal primo Collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, in carica dal 2016 al 2023. All’incontro, promosso da Società della Ragione, sono intervenuti il costituzionalista dell’Università di Ferrara Andrea Pugiotto e la senatrice del Pd Cecilia D’Elia, oltre allo stesso Mauro Palma.
Ad aprire la serata è stata un’introduzione sul sovraffollamento delle carceri italiane, con un riferimento diretto alla casa circondariale di Ferrara, anch’essa sovraffollata: un tema, è stato detto, che andrebbe affrontato uscendo dalla logica dell’abitudine, mentre molti in politica continuano a puntare sulla costruzione di nuovi istituti, sottraendo spazi di solidarietà ai detenuti. Il libro, si è sottolineato, ribadisce invece il valore del lavoro del Collegio del Garante, raccogliendo le relazioni presentate al Parlamento.
Pugiotto ha ricostruito la genesi della figura del Garante, istituita nel 2016: allora, ha ricordato, era una figura ancora acerba, che non aveva conquistato piena autorevolezza. “Caro Parlamento” dimostra oggi che quella scommessa è stata vinta. Pugiotto ha richiamato l’immagine degli “occhiali giusti” con cui guardare la realtà del carcere, distinguendo ciò che si vede da ciò che si nasconde: “Ciò che non si vede sembra non esistere, ciò che si riesce a nascondere è come se non fosse accaduto”. Il titolo del libro, ha spiegato, è un vocativo scelto non a caso: una forma di interlocuzione che chiama il Parlamento alla responsabilità. La struttura, cronologica ma non da annuario, attraversa corpi e luoghi concreti, perché — ha ricordato citando Calamandrei — “bisogna aver visto” per poter garantire davvero le tutele. Pugiotto ha richiamato anche l’immagine, presente nel libro, del filo e del fuso: se il Collegio, anno dopo anno, ha trasformato le “isole” di privazione della libertà in un arcipelago, il filo che le unisce non è solo metaforico, ma istituzionale, perché collega le relazioni al dibattito parlamentare — un passaggio che, se viene meno, lascia solo un fascicolo, non una politica pubblica.
La senatrice Cecilia D’Elia ha ricordato che la figura del Garante nazionale nasce dopo una condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo, proprio a causa del sovraffollamento e dei trattamenti degradanti che ne derivavano. La sua missione, ha spiegato, è la prevenzione attraverso il monitoraggio, un’autorevolezza costruita anche grazie al lavoro sul campo di Palma e della sua squadra. Oggi, ha osservato D’Elia, il Garante non sollecita più con la stessa forza Parlamento e governo, mentre in questa legislatura si contano numerosi interventi che hanno inasprito le pene, in un contesto di sovraffollamento tornato a livelli critici anche nelle carceri minorili. Il Partito democratico, ha aggiunto, ha mobilitato i propri parlamentari con proposte di legge a sostegno dei detenuti e con l’opposizione ai decreti sicurezza, ponendo la tutela di questi luoghi tra le proprie priorità.
Infine, Mauro Palma ha ripercorso alcuni episodi del proprio mandato, rivendicando un ottimismo costruito nonostante i periodi difficili e la possibilità di intervenire in ogni occasione istituzionale: nel 2018, all’inizio della nuova legislatura, si scontrò con chi voleva assecondare l’opinione pubblica. Ha ricordato la vicenda della nave quarantena per i migranti durante la pandemia, visitata insieme al prefetto nonostante le resistenze iniziali, e le criticità nelle Rsa, dove gli anziani non avevano accesso agli spazi comuni. Il Parlamento, ha detto, deve poter ascoltare e discutere questi racconti, perché è la sede propria per farlo: altrimenti la norma finisce per costruirsi su basi consuetudinarie. Il carcere, ha concluso, non può ridursi a un moltiplicarsi di pena e giustizia, ma deve tendere alla rieducazione, come previsto dalla Costituzione: “Non sono abolizionista, ma la pena deve essere l’ultima istanza”.
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