Oggi (10 settembre 2026) è stato presentato al Festival del Cinema di Venezia il cine-documentario Naza, girato da Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro autori di No Other Land (premio Oscar 2025, visibie su raiplay). Yuval Abraham, ebreo arabo (mizhraì) non è soltanto un già affermato cineasta: è anche uno dei più importanti giornalisti d’inchiesta israeliani. Le sue inchieste, pubblicate sul giornale in lingua ebraica Local Call (diretto da Meron Rapoport, traduttore di Primo Levi) e su quello in inglese +972 Magazine, hanno svelato al mondo – e alla stessa opinione pubblica israeliana – l’orrore del genocidio in atto. Ad esempio, secondo un database dell’esercito israeliano l’83% delle vittime (al 21 agosto 2025) era composto da civili, e solo il 17% da miliziani; o, sempre secondo i database militari israeliani, solo un quarto dei 6.000 palestinesi detenuti sono miliziani. In altre parole: Yuval Abraham è un combattente per la libertà che si rifiuta di fare da stampella mediatica al genocidio. Una buona ragione per leggere le sue inchieste e vedere i suoi film.
L’articolo che traduco qui è stato pubblicato su Local Call il 6 ottobre, e poi su +972 Magazine il 20 ottobre 2025. Ho mantenuto i link originali nel testo.
Un obiettivo alla volta. La logica che ha permesso ai liberali israeliani di commettere un genocidio
Pochi mesi dopo il 7 ottobre, mi sono iscritto a un corso di base sul genocidio presso l’Open University of Israel. Il docente ha iniziato la prima lezione dicendoci – a noi, una ventina di studenti ebrei-israeliani collegati via Zoom – che entro la fine del semestre avremmo compreso esattamente cosa comporta il genocidio e saremmo stati in grado di spiegare perché Israele non sta commettendo un genocidio a Gaza.
In sintesi, la sua tesi era questa: al massimo, Israele potrebbe distruggere Gaza, ma le sue azioni sono motivate da obiettivi militari piuttosto che dall'”intento di distruggere” uno specifico gruppo “in quanto tale”, come delineato dalla Convenzione sul genocidio. Senza tale intento, concluse, il termine genocidio non è applicabile.
Negli ultimi due anni, ho pubblicato numerose inchieste che hanno svelato i dettagli della politica di fuoco aperto di Israele a Gaza, molte delle quali hanno contribuito a suffragare sul piano del diritto le accuse di genocidio. Il Sudafrica ha presentato il suo ricorso contro Israele alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) nel gennaio 2024, basandosi in parte sulla nostra inchiesta del novembre 2023 che ha rivelato la campagna di assassinii di massa di Israele guidata dall’intelligenza artificiale, mirata alle case delle famiglie di presunti militanti. Un comitato delle Nazioni Unite è giunto alla stessa conclusione il mese scorso [settembre 2025], affermando che Israele ha commesso un genocidio, basandosi in parte su un’altra delle nostre inchieste che, stando a un database interno dell’intelligence israeliana, mostrava che oltre l’80% delle vittime a Gaza erano civili.
Eppure, pochi tra le decine di soldati e ufficiali con cui ho parlato nel corso di queste indagini, molti dei quali si sono offerti volontariamente come informatori, si consideravano partecipanti a un genocidio. Quando gli ufficiali dell’intelligence e i comandanti descrivevano i bombardamenti sulle case delle famiglie a Gaza, spesso riprendevano la logica del docente universitario: certo, potremmo aver commesso dei crimini, ma non eravamo degli assassini perché ogni azione aveva uno specifico obiettivo militare.
Ad esempio, dopo il 7 ottobre, l’esercito ha autorizzato i soldati a uccidere fino a 20 civili per assassinare un presunto militante di basso livello di Hamas, o centinaia di civili quando si trattava di figure di più alto rango. La stragrande maggioranza di questi omicidi è avvenuta in abitazioni civili dove non era in corso alcuna attività militare. Ma per la maggior parte dei soldati con cui ho parlato, la semplice esistenza di un presunto obiettivo militare, anche nei casi in cui il quadro dell’intelligence era poco chiaro, giustificava praticamente qualsiasi numero di vittime.
In un’altra inchiesta, un soldato mi ha descritto come il suo battaglione utilizzasse droni telecomandati per sparare contro civili palestinesi, tra cui donne e bambini, mentre cercavano di tornare alle loro case distrutte in una zona occupata dall’esercito israeliano, uccidendo 100 palestinesi disarmati nel corso di tre mesi. L’obiettivo, mi ha spiegato, non era l’uccisione fine a se stessa, ma mantenere il quartiere vuoto e quindi più sicuro per i soldati di stanza lì.
Un’altra soldatessa raccontò di aver partecipato al bombardamento di un intero isolato residenziale, composto da oltre 10 palazzine e un grattacielo, tutti abitati da famiglie. Sapeva in anticipo che così facendo lei e il suo equipaggio avrebbero probabilmente ucciso circa 300 civili. Ma l’operazione, ha spiegato, si basava su informazioni di intelligence che suggerivano che un comandante di Hamas di alto rango potesse nascondersi sotto uno di questi edifici. Senza informazioni più precise, hanno distrutto l’intera area nella speranza di ucciderlo.
La soldatessa ha ammesso che l’attacco equivaleva a un massacro. Ma secondo lei, questo non era l’intenzione: l’obiettivo era colpire il comandante, che forse non era nemmeno presente.
Questa impostazione finalizzata al compimento della missione ha giocato un ruolo cruciale nel consentire ai comuni cittadini israeliani di partecipare al genocidio, forse più della sola obbedienza, che di solito si presume essere la motivazione principale in tali contesti. Comprendendo ogni atto di violenza come un compito distinto, dal colpire un militante di Hamas al mettere in sicurezza un perimetro, i soldati potevano evitare di confrontarsi con il proprio ruolo nel massacro di civili.
Questa mentalità diventa inoltre più facile da sostenere nell’era dell’intelligenza artificiale e dei big data. Queste tecnologie possono raccogliere e analizzare informazioni su un’intera popolazione. Quasi istantaneamente, mappano gli edifici e i loro occupanti con una presunta precisione: in tal modo, producono un flusso infinito di apparenti giustificazioni militari, creando una parvenza di legalità per una politica di sterminio di massa. Di fatto, l’intelligenza artificiale ha permesso a Israele di trasformare un principio cardine del diritto internazionale – l’obbligo di attaccare solo obiettivi militari – in uno strumento che legittima e accelera proprio il massacro per la cui prevenzione era stato concepito.
Motivazioni sovrapposte
Mentre a Gaza entra in vigore un fragile cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, gli sforzi globali per garantire responsabilità e giustizia proseguiranno a pieno ritmo. Il caso del Sudafrica presso la Corte Internazionale di Giustizia continuerà a essere oggetto di dibattito, mentre Israele e i suoi sostenitori, compresi i governi occidentali, cercheranno di screditare le accuse di genocidio per scongiurare le conseguenze legali di una tale sentenza. Nel fare ciò, continueranno a sottolineare gli obiettivi militari dichiarati alla base di ogni singolo attacco, come l’esercito fa abitualmente in risposta ai nostri reportage.
La tendenza degli autori di genocidio a invocare la “sicurezza” come giustificazione per la violenza di massa, razionalizzando atti di brutalità all’interno di un quadro più ampio di autodifesa è ben documentata. Ma qualunque sia la debole scusa addotta in ogni caso, gli attacchi di Israele sono stati innegabilmente condotti nella piena la consapevolezza che avrebbero portato alla distruzione di un altro popolo. Il risultato è un bilancio di morti palestinesi che si pensa superi i 100.000, e la quasi totale distruzione della Striscia di Gaza.
Tuttavia, concentrarsi solo su come ogni singolo atto di violenza si è accumulato per creare una realtà complessiva di genocidio significa anche non cogliere il punto. Per molti dei leader israeliani, la morte e la distruzione di massa erano l’intenzione. Dall’affamare deliberatamente 2 milioni di persone allo sparare su chi porta soccorso, dal radere al suolo sistematicamente intere città al lavorare attivamente per l’espulsione di massa, l’annientamento dei palestinesi di Gaza come obiettivo in sé era fin troppo chiaro.
Soprattutto dopo che Israele ha infranto il precedente cessate il fuoco a marzo, è diventato ancora più labile qualsiasi obiettivo militare si potesse presumere di aver avuto. Ciò che rimaneva era una pura e semplice logica omicida che l’esercito raramente si preoccupava di giustificare in termini militari.
Questa motivazione era chiara non solo nei fatti, ma anche nelle parole. Come ha affermato il primo ministro Benjamin Netanyahu a maggio: “Noi continuiamo a demolire le case, loro non hanno un posto dove tornare. L’unica conseguenza logica sarà il desiderio dei gazawi di emigrare fuori dalla Striscia”. L’ex capo dell’intelligence militare Aharon Haliva è stato ancora più brutale: “Per tutto ciò che è accaduto il 7 ottobre, per ogni nostro morto il 7 ottobre, 50 palestinesi devono morire. Ora non importa chi – che siano bambini o meno. Non parlo di vendetta, ma di un messaggio per le generazioni future. Hanno bisogno di una Nakba di tanto in tanto per sentire qual è il prezzo da pagare”.
Ma, cosa fondamentale, le motivazioni legate alla missione e quelle genocidarie non si escludevano a vicenda; al contrario, si rafforzavano a vicenda. E questa sovrapposizione ha ampliato la base di coloro che erano disposti a partecipare al massacro.
I soldati apertamente genocidi – e ce n’erano molti – hannno raso al suolo la città di Rafah per attuare una pulizia etnica contro i palestinesi, mentre coloro che avevano un’immagine di sé più liberale l’hanno distrutta per creare una “zona cuscinetto di sicurezza“. Haliva considerava il bombardamento delle case delle famiglie come un atto di vendetta, mentre i soldati che erano più turbati da tali giustificazioni potevano dire a sé stessi che l’avevano fatto allo scopo di colpire un bersaglio presente all’interno.
La mentalità orientata alla missione frammenta la distruzione di un popolo e di un luogo in migliaia di atti isolati, ognuno giustificato secondo i propri criteri, nessuno dei quali riconosciuto come parte di una più ampia campagna di genocidio. Permette ad alcuni di coloro che la perpetrano di ignorare l’intento generale, anche quando leader come Netanyahu e Haliva lo esprimono apertamente. Per parafrasare un vecchio detto: concentrandosi su ogni singolo albero, perdono di vista la foresta del genocidio.
Il genocidio come quadro morale
Alla base di tutte queste giustificazioni c’è la disumanizzazione dei palestinesi. I soldati che hanno massacrato 300 persone per uccidere un singolo militante di Hamas mi hanno detto che probabilmente non l’avrebbero fatto se nell’edificio ci fosse stato anche un solo bambino ebreo.
La disumanizzazione procede in due direzioni: non solo gonfia la vittima fino a farla diventare una minaccia mostruosa, ma fa anche l’opposto: riduce le vittime in polvere, le rimpicciolisce fino a farle scomparire. È così che un soldato che porta a termine una missione ben definita può giustificare l’uccisione di 300 persone. Non vengono considerate 300 esseri umani unici, ma semplicemente punti dati in un software che calcola i “danni collaterali”.
Molti ebrei israeliani hanno compreso gli sviluppi degli ultimi due anni attraverso il linguaggio dell’Olocausto. Un amico d’infanzia, diventato ufficiale di carriera dell’esercito e che ora non mi parla più, ha scritto su Facebook che prima del 7 ottobre si era assicurato di partecipare alle testimonianze pubbliche dei sopravvissuti all’Olocausto “per rimanere il più possibile segnato” e trovare così un senso nel suo lavoro. Dopo il massacro di Hamas, che lui considera opera di nazisti contemporanei, ha scritto di poter ora comprendere profondamente il dolore dei sopravvissuti all’Olocausto.
Altri in Israele e in tutto il mondo, me compreso, hanno osservato il massacro di civili da parte di Israele, i bambini affamati di Gaza, le fosse comuni e gli infiniti spostamenti forzati e il pensiero di coloro gli stessi eventi visti dalla prospettiva opposta.
È sorprendente come l’immaginario dell’Olocausto possa servire sia a giustificare la distruzione di Gaza sia a contrastarla. Questo paradosso testimonia il potere del genocidio come linguaggio morale dominante del nostro tempo, e la realtà che i palestinesi sono spesso costretti a tradurre la propria sofferenza in quel linguaggio anche solo per essere ascoltati come vittime.
Tuttavia, osservare gli ultimi due anni non solo attraverso la lente del genocidio, ma anche come una seconda Nakba – un progetto di annientamento prolungato volto a distruggere sia un popolo che lo spazio che abita – potrebbe avvicinarci alla comprensione della natura delle azioni di Israele. Mentre il genocidio è spesso inteso come violenza fine a se stessa, la Nakba rappresenta una violenza con uno scopo preciso: la rimozione e la sostituzione di un popolo.
Eppure, da ebreo-israeliano posto davanti agli orrori degli ultimi due anni, non posso fare a meno di pensare in termini di Olocausto. La distruzione di Gaza mi ha permesso di comprendere meglio non solo le storie delle vittime, ma anche quelle dei carnefici: la maggioranza silenziosa che ha facilitato le atrocità con le proprie azioni e con le storie che si racconta per giustificarle.