Aquilino Beneduce è un famoso “monzù”, assai apprezzato negli ambienti aristocratici e ben conosciuto anche in Casa Savoia. Ciononostante, pur essendo un autentico fuoriclasse dell’arte culinaria, ha troppe poche
ore per imbandire un pranzo che sia degno degli importanti quanto inaspettati ospiti dei Duchi di Bovino. Eppure, miracolosamente per i tempi grami in cui versa il Paese, alle ore 13 di quel fatidico 9 Settembre 1943 riuscirà ugualmente a servire un sontuoso banchetto di ben nove portate alla Famiglia Reale in fuga, e al numeroso seguito che, con essa, aveva in tutta fretta abbandonato Roma. Trova pure il tempo di vergare personalmente il menù in Francese, lingua particolarmente amata dalla Regina Elena. E così, tra le mura del Castello di Crecchio, va in scena l’ultimo atto di chi scelse vilmente il privilegio , nella più totale sottovalutazione, per non dire colpevole indifferenza, delle drammatiche conseguenze che avrebbero, nelle stesse ore, trascinato il Paese in una immane tragedia.
Una classe dirigente vile ed inetta che riuscì in pochi giorni ad assistere impotente, cosa che pare quasi impossibile, all’implosione di un intero esercito. Almeno 72 divisioni si dissolsero nella più totale anarchia senza che alcuno di coloro che avevano l’autorità per farlo, muovesse un dito per impedirlo.
La catastrofe era solo all’inizio. Mentre ad Ortona gli abitanti assistevano attoniti e scandalizzati allo spettacolo indecoroso di quel fuggi fuggi senza ritegno di tali meschini personaggi, già temendo in cuor loro di venire abbandonati alla “tedesca rabbia”, i nostri infelici soldati, molti dei quali purtroppo dislocati all’estero, andavano incontro al loro infausto crudele destino. Quegli stessi soldati che perfino Rommel aveva elogiato, riconoscendone il coraggio e l’abnegazione sul campo, malgrado fossero costretti a combattere con equipaggiamenti scarsi e inadeguati, ma sopratutto nella colpevole disorganizzazione dovuta all’insipienza e inaffidabilità di gran parte dei loro generali, in particolare di quelli inquadrati nelle alte sfere di comando.
Un giudizio spietato che ora trova fatale riscontro nelle scelte di chi, dopo aver firmto una “resa senza condizioni”, smarrì completamente la dignità e il senso dell’onore, quell’onore che conduce anche al sacrificio estremo. Il Re, come Comandante Supremo delle Forze Armate, avrebbe almeno dovuto ordinare ai capi militari di restare a Roma a ricoprire i loro ruoli, e non abbandonare la difesa della popolazione inerme a pochi generosi reparti ai quali si unirono spontaneamente gruppi di civili. Ma scelse diversamente, preferendo cedere alle pressioni di un personaggio dal passato politico e militare a dir poco controverso come Pietro Badoglio, da lui stesso voluto a capo del Governo dopo il colpo di Stato del 25 Luglio. Ed è inutile chiedersi se le cose avrebbero preso una piega diversa se avesse avuto accanto, al posto di quest’ultimo, e come molti gli avevano consigliato, una figura di tutt’altra integrità e tutt’altro spessore morale, individuando nell’anziano, ma ancora deciso ed enegico, Generale Enrico Caviglia, considerato unanimemente il “solo capo militare di alto e indiscusso prestigio”, la figura esemplare a cui avrebbero guardato con rinnovata fiducia sia l’esercito che la popolazione civile.
Non lo sapremo mai e resterà uno dei tanti melanconici “se” di una storia che avrebbe potuto essere e non è stata. L’unica nostra certezza sta in quella corvetta, carica fino all’inverosimile dei miserevoli personaggi di cui si era circondato il Re, che naviga verso Brindisi. Una macchia indelebile, a perenne ricordo di una data che sarà per sempre il “Giorno della Vergogna Nazionale”.
Fiorenza Bignozzi