Lettere al Direttore
21 Luglio 2026

Caso Roggero, un enorme cimitero di vittime

di Redazione | 4 min

La condanna definitiva del gioielliere Mario Roggero a 14 anni e 9 mesi per il duplice omicidio dei rapinatori chiude una vicenda giudiziaria, ma non chiude affatto la questione; anzi, apre una voragine.

Rappresenta la drammatica certificazione del fallimento del nostro tessuto sociale. Una storia in cui non ci sono vincitori né vinti: solo le macerie di una comunità sfilacciata, un enorme cimitero di vittime e l’ennesima fotografia di una collettività che ha smesso di proteggere, di ascoltare e di riconoscersi.

Da quando, all’indomani della sentenza, il video-appello di Roggero è diventato virale sui social, il dibattito si è immediatamente polarizzato, con l’opinione pubblica che si è subito raccolta nel solito copione: da una parte i giustizialisti che brandiscono il codice penale come una clava; dall’altra i paladini della legittima difesa a oltranza, Salvini in testa, che invocano la grazia per “l’eroe”, dimenticando che lo Stato che accusano di non tutelare i cittadini è lo stesso che governano. È la solita, sterile guerra di tifoserie che riduce una tragedia complessa a una rissa da bar.

Ma il punto, a mio avviso, è un altro.

La domanda non è se Roggero sia un eroe o un assassino. La magistratura ha già stabilito che nel momento in cui sparò i rapinatori stavano fuggendo e che, quindi, non ricorrevano più i presupposti della legittima difesa. Le sentenze si possono discutere, ma si devono rispettare.

La domanda davvero cruciale è: perché così tante persone continuano a sentirsi rappresentate da quell’uomo? Quale tipo di società produce cittadini che arrivano a convincersi di dover “fare lo Stato” da soli?

La risposta non riguarda solo Roggero. Riguarda tutti noi.

Viviamo immersi in quella che Bauman definiva società liquida: un mondo in cui i legami di appartenenza, solidarietà e fiducia reciproca si sono progressivamente dissolti. I valori condivisi che ci tenevano uniti e ci facevano sentire parte di una comunità sembrano essersi smarriti. O forse esistono ancora, ma abbiamo smesso di riconoscerli e di rimetterli al centro del nostro vivere comune.

In questo vuoto ha preso forma ed è cresciuto a dismisura quello che si può definire uno “statalismo senza Stato”: un sistema iper-regolamentato, saturo di norme, obblighi e procedure formali che sulla carta è ovunque, ma che nella percezione quotidiana è totalmente assente. Lo Stato si presenta come un apparato esigente – quello che ci tassa, ci sanziona senza pietà e ci persegue se non ci allineiamo e non obbediamo al potere costituito – ma viene percepito sempre meno come comunità protettiva. Pretende obbedienza, ma non restituisce più cura, sicurezza e rassicurazione sociale.

Quando questo equilibrio si rompe, si rompe anche il patto sociale.

Ci si sente soli, fragili, insicuri.

Il vicino smette di essere un membro della mia comunità e diventa uno sconosciuto. E lo sconosciuto diventa un potenziale pericolo. Chi entra nel mio negozio può essere un cliente oppure un aggressore. Chi lo sa?

Così, piano piano, senza che ce ne accorgiamo, la fiducia lascia il posto alla paura. E quando la cultura della paura diventa il linguaggio dominante di una società, la conseguenza è quasi inevitabile: sostituire la giustizia pubblica con quella privata.

E, come nel perfetto copione di un film neorealista, questa vicenda va drammaticamente in scena. L’inseguimento in strada e gli spari alle spalle dei rapinatori in fuga non sono difesa: sono l’effetto collaterale del patto sociale spezzato e dell’isolamento che ne consegue. Il Far West che nasce quando il cittadino si sente abbandonato da un’istituzione esigente ma fantasma.

Chi oggi difende Roggero, molto spesso, non sta difendendo un duplice omicidio. Sta gridando qualcos’altro: “Non mi sento più protetto”. È un grido di vulnerabilità che merita di essere ascoltato, ma che non può in alcun modo essere legittimato. Perché nel momento in cui ciascuno di noi decide di sostituirsi allo Stato, è lo Stato di diritto stesso a cominciare a sgretolarsi. E con esso si indeboliscono le garanzie di tutti, anche degli innocenti.

In questa storia non ci sono vincitori. Non vincono i due rapinatori morti. Non vince Roggero, che a settantadue anni entra in carcere sinceramente convinto di essere vittima di un’ingiustizia. Non vince una società che continua a dividersi tra “giustizialisti” e “giustizieri”, incapace di interrogarsi sulle ragioni profonde di questa frattura.

Perché questa vicenda non racconta soltanto la tragedia di un gioielliere, di tre rapinatori e delle loro famiglie. Racconta qualcosa di molto più grande: la storia di una società che ha smesso di riconoscersi come comunità, in cui la paura ha preso il posto della fiducia, e che continua a stupirsi quando cittadini lasciati soli finiscono per convincersi di dover fare lo Stato da soli.

Finché continueremo a dividerci in tifoserie, chiedendoci se Roggero sia un eroe o un assassino invece di interrogarci su come siamo arrivati fin qui, continueremo a perdere tutti.

Non ci sono eroi. Non ci sono vincitori. C’è soltanto un enorme cimitero di vittime.

C’è spazio per un’ultima domanda: Mario Roggero ha materialmente premuto quel grilletto. Più e più volte. Ma di chi era la mano invisibile che gli ha dato la forza, lo ha spinto a commettere tutto ciò?

Forse dovremmo ripartire da qui.

Alessandra Tuffanelli

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